La Rete intende focalizzarsi quest’anno sul tema del e della , proponendo una serie di iniziative diversificate a seconda del proprio ambito di interesse (presentazioni di studi, saggi, romanzi, film, grafic novel, teatro, musica, seminari). Questa sezione del Blog ospiterà contributi delle diverse biblioteche coinvolte nel progetto. L’obiettivo è proporre una lettura del fenomeno – che è globale e strutturale, riconducibile alla struttura patriarcale e di potere che vige ancora come regolamento sociale e familiare all’interno delle nostre società non in termini emergenziali, ma finalizzati all’approfondimento, alla presa di coscienza e alla sensibilizzazione di un’area vasta di popolazione, sia uomini che , contrastando stereotipi e conoscenze inadeguate.

Iniziamo la sezione con un post di , responsabile dell’Osservatorio di ricerca sul femminicidio, che ci accompagnerà in questo percorso, proponendo almeno una volta al mese un commento su fatti di cronaca relativi al con l’intento di animare un dibattito costruttivo.

Quasi premonitore sembra il nome a cui è intitolata la via in cui abita Cristina: Cesare Lombroso, il celebre medico ritenuto il padre di una moderna criminologia.

Quel giorno – il fatidico 4 ottobre 2019 – Cristina indossava una camicia da notte azzurra a maniche corte. Mentre dorme, è svegliata di soprassalto: due colpi di mattarello sulla testa, il marito lo brandisce come un’arma; lei riesce a strapparglielo di mano, ma lui è pronto ad afferrare il coltello con cui porrà fine alla sua vita. Antonio racconterà di essersi poi affacciato alla finestra per buttarsi giù, ma spaventato dall’altezza preferisce tornare a letto. Nel primo pomeriggio telefonerà alla governante per dire che stavolta l’ha proprio uccisa.

Ai magistrati parlerà della sua depressione e, in una ridda di perizie psichiatriche in parte contrastanti, il giudice respinge l’accusa di omicidio premeditato e lo assolve in quanto non imputabile per «vizio totale di mente».

Tra le ipotesi che attraversano le perizie, nelle motivazioni della sentenza del dicembre 2020 il magistrato considera centrale la diagnosi di «Disturbo Delirante tipo Gelosia» dell’ottantenne marito. Esso sarebbe, apprendiamo, distinto dalla gelosia tout court perché caratterizzato da una «visione distorta della realtà». Anzi, secondo uno dei periti il delitto avrebbe addirittura avuto una funzione catartica – richiamando figure letterarie come Otello e Iago – per spiegare la ritrosia e la calma attuale dell’imputato reo confesso.

Non ci è dato sapere se e come sarebbe stato definito nel caso in cui da qualche testimonianza fosse emerso un tradimento «reale».

Poco sappiamo della vita e delle relazioni di Cristina. È la seconda moglie di Antonio, che ha sposato vent’anni prima, e potrebbe anche averne allevato i figli del precedente matrimonio. Deduciamo sia più giovane di lui di circa quindici anni. Il protagonista della cronaca e della sentenza è sempre il suo assassino, specie nelle vesti di oggetto di esame clinico più che, a sua volta, soggetto attivo. Di Cristina si parla solo come quasi-naturale figura care giver che si occupa del malessere del marito tenendo lei i rapporti con i medici, preoccupata degli ostentati propositi suicidari che lui avrebbe manifestato. Talora compare nelle parole, richiamate dal magistrato, con le quali il marito accenna alle cene di lei con i colleghi, avvenute in «osterie» – non in ristoranti: tale qualifica sarebbe conferma del delirio, evidenziando i luoghi come «bettole» di evidente frequentazione promiscua per una donna.

Non è un «», sostiene il giudice respingendo le richiesta dell’accusa (rappresentata da un pubblico ministero donna), sia perché non ci sono prove che l’imputato sia «di indole violenta» (mattarello + coltellate sono frutto di impulso delirante e non esito di violenza pregressa) sia perché non bisogna confondere «i profili del delirio con quello della passionalità tracimante».

Nonostante la si neghi nel caso specifico, dobbiamo comunque essere grati di tale definizione giurisprudenziale della «dinamica femminicida» come «atto apicale di prevaricazione nei confronti della figura femminile», «a causa di patologie relazionali dovute a matrici ideologiche e sessiste e/o ad arretratezze culturali di stampo patriarcale»?

Da una parte sì: infine almeno se ne parla, in termini criminologici, nella motivazione di una sentenza. Dall’altra no, se serve a negarne la valenza nel caso in esame: la «matrice ideologica e sessista» persiste e agisce in modo subdolo, come un tarlo invisibile. Il sedicente disturbo delirante di gelosia ha portato l’uomo ottantenne a procurarsi con accuratezza premeditata sia un mattarello sia un coltello per essere certo di uccidere la donna, sul cui onore non vuole poi dire altro «per non infangarne la memoria» (!). L’onore, con il suo passaggio all’atto violento per mano maschile, è imbevuto di sessismo e di «arretratezza di stampo patriarcale»: può darsi incontri in questo caso uno spunto psicotico delirante, ma non necessariamente sfugge al modello maschile egemone di socializzazione e regolazione sociale delle emozioni con cui giustifichiamo atti, discorsi e decisioni.

 

 

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