In questo post Pina Lalli, responsabile dell’Osservatorio di ricerca sul femminicidio dell’Università di Bologna – partendo come sempre da fatti di cronaca particolarmente dolorosi riguardanti storie di vittime di violenza, esprime alcune riflessioni su quanto sta succedendo, sui cambiamenti che avvengono “troppo lentamente” nel tessuto sociale  in Italia come altrove, rallentando una assunzione di consapevolezza da parte di uomini e . Sono ‘pensieri ad alta voce’, ma che è importante condividere.

Domenica 4 luglio mattina: leggendo sul «Corriere della Sera» l’intervista alla mamma della quindicenne Chiara Gualzetti uccisa da un amico, mi sono commossa. Sarà stata la bravura della giornalista o l’identificazione con una mamma che ha perso sua figlia. Oppure la sensazione che questo lungo, incalzante eccidio di , e anziane, non mostra segni di decadenza, anzi! Qualche pagina dopo, nella cronaca di Milano, incontro la notizia di due falciate da una trebbiatrice: omicidio colposo, due migranti forse fuggite di casa in cerca di droga, che l’incauto operaio agricolo non avrebbe neppure visto. Due vite in meno.

Sogni spezzati. Narrati dalla cronaca con minore o maggiore dovizia di dettagli, secondo l’aspettativa di attenzione presunta da parte dei lettori.

Giusi, mamma di Chiara, accenna anche all’altra mamma, quella dell’assassino: «Mi sarei aspettata che la mamma di lui mi dicesse: ti aiuto, ti porto mio figlio e vediamo di cercare Chiara […]. E invece si è pure scocciata quando i carabinieri hanno convocato suo figlio». Solidarietà femminili e materne infrante da ruoli diversi vincolati al genere opposto dei figli? Che cosa avrebbe fatto la mamma di un’amica, o la mamma di un altro amico? Chissà.

Per ora Giusi immagina ancora di sentire il cancelletto che si apre e Chiara che arriva. Il lavoro del lutto appare, al momento, impossibile.

Un lavoro di lutto che dovremmo essere stanche di praticare: mamme di tutto il mondo uniamoci, verrebbe da dire. Unite nell’educare i nostri figli all’uguaglianza di genere, maschi, femmine, etero o omosessuali o transgender che siano. Unite nell’ascoltare i segni dell’insofferenza verso l’altro o l’altra, unite nell’insegnare a diffidare della violenza, da qualunque parte essa venga.

Ma, a pensarci meglio, sembra solo un inutile slogan di appello buonista, vagamente emozionale.

Su un altro quotidiano l’altro giorno leggevo l’intervista a Loubna Serraj, una scrittrice marocchina; il suo ultimo romanzo ha vinto un premio importante e il titolo (in francese) dice davvero tanto: «Ammesso che lui sia di buon umore». Narra di Maya e di sua nipote Lilya. La nonna, giovane sposa con matrimonio combinato negli anni 1940, è sottoposta a sevizie costanti dal marito, a cui assistevano muti e inerti tanti testimoni, amici, familiari, sanitari, istituzioni. Lilya indaga, trova gli scritti, dà voce alla donna che per tanti anni è rimasta inascoltata. Del resto, ancor oggi in Marocco [e in vari paesi] il reato di stupro coniugale sembra non esista.

Eppure, dice nell’intervista la scrittrice, «Le cose cambiano, lentamente; troppo lentamente a parer mio». Troppo lentamente. Perché nel frattempo, aspettando che gli uomini diventino tutti «di buon umore», molte muoiono, spesso fatte oggetto di maltrattamenti pregressi, in Marocco, in Italia come altrove.  E pochi dicono, semplicemente: «È assurdo». Sembra quasi che per molti sia un processo quasi-naturale, alla ricerca di moventi che disvelano spesso solo comode coperture di superficie: magari perché la ragazza o la donna si è esposta troppo, non ha denunciato, ha abbandonato il compagno prima lusingandolo con vane promesse, è diventata invalida e dunque improduttiva, o è drogata, o appartiene a chissà quale «cultura», o non ha saputo cogliere segni di un qualche delirio, di gelosia o di altro.

Così, come fosse colpa sua o di qualche «naturale» «tradizione», muore. Uccisa per mano maschile. Assurdo. Ingiustificabile. Illegittimo.

Docente di Sociologia della comunicazione
Responsabile dell’Osservatorio di ricerca sul Femminicidio

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