Il secondo contributo della sezione del blog dedicata al e alla affronta un tema poco analizzato nelle ricerche, riguardante come la stampa, soprattutto i quotidiani locali, “mettono in scena” gli episodi di mediante materiale fotografico. Renato Stella, uno dei cinque partner dell’Osservatorio di ricerca sul femminicidio, coautore della ricerca riportata nel volume “L’amore non uccide”*, illustra in modo efficace le modalità con cui l’uso delle foto nella cronaca locale spesso contribuisca a perpetuare e rinforzare gli stereotipi  sulla “disponibilità” della vittima e sul delitto passionale. 

Un modo spesso trascurato di considerare i rapporti tra stampa e riguarda l’uso delle immagini, soprattutto fotografie, che accompagnano gli articoli dei quotidiani cartacei e online (ma un discorso anche più ampio lo si potrebbe fare per le emittenti televisive). I locali sono i più ricchi di rappresentazioni visive, dal momento che, occupandosi di fatti accaduti nella propria regione, possono mettere in campo persone e luoghi conosciuti o riconoscibili da parte dei lettori, rendendo più avvincente e interessante il racconto. Sottoponendo a uno studio le fotografie che accompagnano gli articoli di alcuni giornali locali veneti, siamo stati in grado di proporre delle osservazioni generali che qui riportiamo (l’analisi che segue è frutto di una ricerca condotta nel 2015-2017 e parzialmente pubblicata in Lalli, P. (a cura di) “L’amore non uccide”, Il Mulino, 2020)*.

La prima osservazione tocca un passaggio che, assieme ad altri, possiamo definire epocale dopo la diffusione del . Un tempo, a fronte di fatti di cronaca nera, i giornalisti si procuravano le foto delle vittime dai familiari o dall’anagrafe del comune dove erano depositate le copie delle carte di identità.  Le fototessere stampate sui giornali apparivano così monotonamente tutte uguali e avevano la funzione di fornire un minimo di realismo alle descrizioni dell’articolo. Oggi molti di noi possiedono vasti di foto in Facebook o Instagram, il che ha reso la disponibilità di immagini personali assai più ampia e immediata rispetto al passato. Gli antichi “album di famiglia”, che si conservavano in casa, sono divenuti pubblici e, anche se al momento in cui si costituiscono queste raccolte nessuno ci pensa, la loro visibilità può estendersi ben oltre quello che si supponeva o si voleva all’atto della loro creazione.

Nei casi di una simile occasione si traduce in una prima differenza radicale che riguarda l’età delle vittime. Le più possono essere rappresentate con ricostruzioni di immagini, a volte vicine per stile a una soap opera o a un fotoromanzo, che contemplano diversi momenti di vita quotidiana, mentre le più anziane, che non usano i nuovi , appaiono ancora quasi esclusivamente raffigurate attraverso le fototessere dei documenti. Il tutto dà la sensazione di due mondi: uno vecchio, legato alle cronache in bianco e nero del passato; l’altro contemporaneo, più vivido, al cui interno si intrecciano moventi e scene da crime story definite anche grazie al succedersi e al “raccontare” delle fotografie.

Questa differenza si riflette su due altre questioni rilevanti ai fini di una analisi del modo con cui la stampa spesso mette in scena gli episodi di .

Innanzitutto, quando il materiale fotografico lo permette, si assiste a una erotizzazione del corpo della donna attraverso l’uso di foto che in origine erano conviviali (riprese durante feste o vacanze), ma che in un articolo di cronaca legato a un assassinio assumono tutt’altro significato. Indirettamente, infatti, tali rappresentazioni possono rimettere in campo lo stereotipo della “disponibilità” della vittima che in qualche modo “potrebbe essersela andata a cercare”, soprattutto se la vicenda che la riguarda comprende conflitti, tradimenti, gelosie ecc. Senza contare, in ogni caso, che utilizzare foto di questo tipo, in alternativa ad altre che quasi sempre ci sono, costituisce in sé una forma di non tollerabile. Il fatto insomma che una donna decida di postare immagini esuberanti di sé su piattaforme social, non legittima il giornale a mettere in scena frammenti della sua storia del tutto fuori contesto rispetto agli drammatici di cui si parla negli articoli.

Da ultimo occorre considerare, sempre facendo riferimento agli di immagini disponibili sui social, la cattiva abitudine di mostrare la vittima col suo assassino in momenti di vita in comune sereni o felici. Ciò non solo contrasta con gli esiti ultimi della vicenda, ma definisce spesso il come l’incidente di percorso di una relazione tutto sommato felice che per ragioni, a volte imponderabili, si è “purtroppo” interrotta. La violenza insomma si incasella in una narrazione spettacolare di amore tradito o mal interpretato a cui l’assassino reagisce in modo “eccessivo”, ma comprensibile, come risposta al venir meno di una stagione felice e paritaria. Anche qui, sull’onda lunga delle soap opera, la insopportabilità della violenza perpetrata si diluisce entro canoni di racconto che tendono a giustificare e motivare l’accaduto a prescindere dalle cornici della . Con ciò si riesce spesso a far rientrare dalla finestra quanto si era faticosamente fatto uscire dalla porta, cioè gli sforzi per adeguare il linguaggio scritto alle esigenze di una corretta informazione (cominciando a impiegare la parola “” per esempio o non ricorrendo più alla scusante del “raptus”).

La sensazione è che, dal punto di vista dei redattori del giornale, il tutto accada “inavvertitamente”, in forza della necessità di dover seguire i criteri previsti dalle routine di impaginazione delle notizie. Il che tuttavia non ne rende meno gravi gli effetti, anzi è proprio così che funzionano e si riproducono gli stereotipi: nell’essere invisibili e non percepiti per tali.

Vi è ancora molto lavoro da fare perché il mondo degli uomini cessi di narrare gli omicidi delle come una faccenda che gira intorno a quel che sono e a come hanno vissuto sulla base delle tracce che lasciano dietro di sé. Per farlo occorre buttare uno sguardo finalmente riflessivo su come invece gli uomini interpretano e fantasmano le relazioni che hanno con il mondo femminile e immaginare l’informazione  progressivamente sempre più libera dalle routine che la imprigionano negli stessi pregiudizi.

 

Renato Stella
Professore di sociologia dei processi culturali, Università di Padova

 

* R.Stella, C.M.Scarcella, T.Piccioni “Questioni di prossimità. Il femminicidio nella cronaca locale veneta”, in P.Lalli (a cura di). L’amore non uccide, Il Mulino, Bologna, 2020.

Foto di scena tratta dal film Poveri ma belli di Dino Risi

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