Secondo Yuri Kazepov dobbiamo superare l´attuale frammentazione e categorialità delle per creare un più inclusivo.

 [seconda parte, la prima parte è pubblicata qui]

 

Perché ci vuole un cambiamento più complessivo e non solo riforme strutturali?

“Ci vogliono sia riforme strutturali, sia cambiamenti culturali. Sulla spinta di cambiamenti socio-economici profondi, l’Italia ha fatto passi importanti durante gli ultimi vent’anni nell’universalizzare le proprie misure. La cassa integrazione negli anni ’80 escludeva una larghissima parte di lavoratori, oggi include molte più categorie. I soggetti coinvolti nel processo decisionale su queste misure, partiti, sindacati, gruppi di imprenditori, si accordavano per mantenere una posizione di difesa di un numero limitato di lavoratori mentre il sistema produttivo cambiava.
Questo avveniva per diversi motivi: chi per approfittare di nuove aree del mercato del lavoro deregolamentate, chi per preservare il legame identitario sui cui era fondata la sua legittimità a rappresentare gli interessi dei lavoratori, in ogni caso si produceva un equilibrio che trovava riscontro nelle .
Con la disoccupazione strutturale emersa negli anni ’90, la situazione è divenuta così insostenibile che si sono dovute accettare forme parziali di estensione delle tutele. Anche adesso ci troviamo in una situazione di questo tipo, di insostenibilità strutturale di alcune misure, quindi il legislatore deve in qualche modo pensare a un ridisegno che superi i limiti delle soluzioni emergenziali, che si rivelano quasi sempre inefficaci nel lungo periodo.
Si prenda il lavoro nero e precario che ha costituito un elemento fondante di molta parte dell’economia italiana, per esempio nell’industria agroalimentare. Lo sfruttamento di manodopera immigrata stagionale è ora insostenibile e rivela – per chi ancora non se ne fosse accorto – una debolezza strutturale del modello italiano e una costante esternalizzazione dei costi sociali sui più deboli.
L´auspicio è che queste situazioni vengano affrontate considerando le ingiustizie che la differenziazione delle tutele ha prodotto. Prosperare sulla vulnerabilità è una dinamica tipica del sistema capitalista. Tuttavia, altri paesi capitalistici hanno avuto più successo nel contenere le diseguaglianze e non è casuale che siano quelli in cui l´accesso alle prestazioni di è più equo, meno frammentato nel design istituzionale e più  generoso ”.

 

Come possono intervenire sulla riduzione di queste disparità le ?

“Sicuramente tenendo conto di tutto quello che era invisibile alle istituzioni ma non era certo invisibile al sistema economico e produttivo: includendo chi era escluso. Tra i numerosi esempi in Italia pensiamo al mercato abitativo e al lavoro di cura.
In questi due ambiti ci sono croniche debolezze italiane e sempre più voci propongono al governo soluzioni emergenziali per intervenire subito. Il Forum Disuguaglianze ha recentemente fatto una proposta di blocco degli affitti e di accesso facilitato al credito per i proprietari il cui reddito dipende principalmente dall’affitto pagato da un solo inquilino.
Chiara Saraceno ha segnalato la scomparsa del lavoro di cura dalle misure del governo e la difficile condizione di quelle lavoratrici e lavoratori. Il problema dell’abitazione viene esasperato ora perché molte persone perdono il lavoro e non riescono più a pagare l’affitto e in Italia non c’è un programma di edilizia popolare. E anche nelle città dove c´era un patrimonio abitativo pubblico, questo è stato alienato con ampi processi di privatizzazione negli ultimi decenni.
La questione della cura è esasperata perché non c’è un sistema di cura pubblico capillare e di qualità: l’Italia sopravvive con la privatizzazione del lavoro di cura (si pensi alle badanti) che porta a una sua dequalificazione e precarizzazione. Le soluzioni emergenziali devono poi trovare uno sbocco in riforme del sistema nel suo complesso.

 

Come si collocano queste peculiarità italiane nel panorama internazionale?

Se confrontiamo l´Italia con altri paesi europei, come la Germania o l’Austria – che appartengono secondo la prospettiva del sociologo Esping-Andersen allo stesso modello di – vediamo che nonostante alcune somiglianze, le differenze sono importanti.
Uno degli elementi comuni è l´importanza culturale (e non solo) della famiglia. Nel momento in cui, però, andiamo a vedere l´architettura istituzionale delle più nel dettaglio, le differenze sono importanti.
In Italia, per esempio, è molto difficile conciliare lavoro e famiglia: mancano i servizi all´infanzia che permetterebbero alle madri di lavorare, i padri raramente prendono i congedi di paternità e in generale la famiglia – pur considerata valore fondamentale della società – non è concretamente supportata con servizi o erogazioni monetarie.
In Germania e in Austria – dove l’elemento redistributivo delle politiche è più forte – viceversa, le famiglie vengono sostenute concretamente con servizi e politiche di sostegno economico. A Vienna, 1.800.000 abitanti, il 44 % dei residenti abita in una “casa popolare” con affitti agevolati. L’accesso all’edilizia popolare si ha con un reddito inferiore ai 3000 euro al mese per nucleo familiare e il reddito minimo garantito individuale è di 917 euro al mese. L’Austria ha un Indice di Gini – l´indicatore che misura la diseguaglianza nella distribuzione delle risorse – molto basso rispetto ai redditi da lavoro. A fronte di una media EU di 30,8 l´Austria ha un valore pari a 26,8 e l´Italia a 33,4.

 

A quale livello territoriale si deve intervenire? Il Comune, la Regione, lo Stato nazionale o l’Europa?

L´attuale pandemia è un esempio di come i problemi dei sistemi sanitari investano molteplici livelli territoriali, da quello locale a quello sovranazionale. Lo stesso vale per la crisi ambientale e per il cambiamento climatico nonché – crescentemente – per tutti gli ambiti di policy, dall´economia alla ricerca…
La risposta è quindi: i problemi si dovrebbero affrontare in modo coordinato a tutti i livelli. Se il è la socializzazione del rischio, in Europea oggi è necessario socializzare il rischio in uno spazio più ampio di quello nazionale.
Questo vale anche perché ci sono ambiti sovranazionali che hanno già acquisito rilevanza transnazionale, dall´Euro alle regole di bilancio, alla mobilità delle persone con carriere lavorative transnazionali, etc. etc. Le differenze esistenti tra i paesi nell´architettura istituzionale delle rendono questo passaggio difficile, come anche i diversi principi regolativi che informano le politiche stesse. Il mio auspicio è che di fronte a una crisi drammatica come quella attuale si riconosca la necessità di ripensare il design istituzionale delle politiche in un quadro più ampio, almeno per garantire ai gruppi sociali più vulnerabili condizioni di vita adeguate. Le direttive europee in merito esistono già dagli anni novanta!

 

Abbiamo introdotto il tema del livello territoriale delle politiche. Che valutazione si può fare sul livello europeo?

L´Unione Europea – che nasce con il Trattato di Maastricht nel 1993 – ha tra i principi fondativi il principio di sussidiarietà (art. 5) che prevede un´articolazione territoriale delle politiche più vicina possibile al cittadino. Questo implica che l´Unione Europea interviene solo se la sua azione è considerata più efficacie di politiche attuate a giurisdizioni inferiori (comuni, regioni, stati nazionali,…). Al momento l’Europa, interviene più in ambito economico-finanziario che non politico-sociale, almeno non direttamente. Indirettamente i vincoli macro-economici costituiscono vincoli importanti anche per le politiche sociali perché ne influenzano il livello di finanziamento possibile.
Le pressioni per cambiare verso un’Europa dei diritti sociali e basata su di una politica fiscale comune aumentano, ma siamo ancora molto lontani dalla loro realizzazione. Il deficit di rappresentanza democratica dell´Unione Europea nel suo design istituzionale, inoltre, rende il processo alquanto contorto e complesso.
La situazione attuale, però, potrebbe essere un´occasione per mostrare il valore aggiunto di azioni di solidarietà coordinata sovranazionali. Non dovrebbe essere, tuttavia, solo un intervento emergenziale, ma tradursi nella consapevolezza che insieme si affrontano i problemi più efficacemente. Non solo economicamente ma anche dal punto di vista del coordinamento sanitario, della ricerca scientifica e sociale. Ho difficoltà ad immaginare paesi come l´Italia con un crollo del 9,5% del PIL riescano da soli ad affrontare tutti i problemi che la situazione implica.

 

Che significato assume il concetto di “sussidiarietà”? In che rapporto è con i diversi livelli territoriali delle politiche sociali?

Un aspetto del principio di sussidiarietà sottovalutato nel dibattito è quello relativo all´adeguatezza di uno specifico livello territoriale per il raggiungimento di specifici obiettivi politici. Costruire, per esempio, politiche sociali affidando responsabilità regolative e finanziarie ad attori che possono operare solo su livelli micro può funzionare per alcuni ambiti, meno per altri.
Se, per esempio, vogliamo ridurre le diseguaglianze e attuare politiche redistributive, il livello locale non è adeguato, anche se dipende dalla scala territoriale rispetto alla quale vogliamo livellare le diseguaglianze. È la regione? Il livello nazionale? O addirittura quello Europeo? È un argomento controverso.
La sussidiarizzazione delle politiche sociali ha caratterizzato orientamenti politici tra i più disparati. Tutti erano a favore della sussidiarietà anche se poi quello che praticamente facevano era molto diverso, con un impatto molto differenziato sulla responsabilizzazione dei livelli più prossimi al cittadino.
Per capire meglio le dinamiche territoriali ho proposto il concetto di sussidiarietà passiva e sussidiarietà attiva. Per sussidiarietà passiva si intende una delega di funzioni ad attori territoriali decentrati (e.g. lo stato alle regioni o le regioni ai comuni) senza però trasferire loro le risorse necessarie per affrontare i problemi che dovrebbero risolvere.
La regionalizzazione dei sistemi sanitari in una situazione come quella attuale sembra produrre effetti disfunzionali. D’altra parte, se non abbiamo modelli di intervento legati ai territori non riusciamo a gestire la fase di convivenza con il virus in modo contestualmente significativo.
Lo stesso vale per qualsiasi altra politica sociale, che va contestualizzata. Tuttavia, regionalizzare o nazionalizzare modelli regolativi è, da questa prospettiva, un falso problema: ad ogni livello esistono specifiche competenze e capacità di governo, senza le quali il sistema non potrebbe funzionare.
Un sistema dev´essere in grado di adattarsi alle specificità dei territori senza sacrificare equità e giustizia redistributiva. Quindi, ben vengano processi decentrati, ma in un quadro fortemente coordinato, in cui alle responsabilità facciano fronte risorse adeguate e criteri di accesso e delle prestazioni che riequilibrino le diseguaglianze: forme di sussidiarietà attiva.
Sarò ingenuo e nostalgico, ma la LN 328/00 è stata in Italia una legge estremamente ambiziosa e raffinata che abbiamo sacrificato troppo presto.

 

Quali sono le soluzioni “tecniche” possibili?

Le politiche possono avere un´architettura istituzionale molto varia e prevedere diversi modelli di intervento e diversi principi regolativi. Possono essere politiche passive che basano i criteri di accesso sul versamento di contributi. Su queste – che sono organizzate prevalentemente a livello nazionale – l´Italia ha caratteristiche frammentate che richiedono aggiustamenti di rotta.
Ci sono poi politiche attive fortemente contestualizzate, organizzate più a livello locale. Le due opzioni non sono in contrasto, ma tra loro complementari.
Le misure emergenziali degli ultimi mesi non sono contributive ma si finanziano per lo più con la fiscalità generale e costituiscono sicuramente un´importante intervento, tuttavia l´inclusività dev´ essere istituzionalizzata.
Avere un´ultima rete di sostegno è certamente fondamentale in questa situazione perché comunque contribuisce alla stabilizzazione dei consumi, evitando crisi che si autoalimentano eccessivamente. Tuttavia, come dicevamo, alle fondamentali forme di tutela passiva vanno affiancate misure attive sensibili alle esigenze contestuali e che coinvolgano i fruitori nella costruzione del percorso stesso attraverso forme partecipate.
Quest´ultimo aspetto ci dice che non esistono solo soluzioni “tecniche”, ma è necessario equilibrare anche elementi partecipati e per questi ci vuole un dibattito democratico sulle misure… con un pubblico formato e consapevole.
È una sfida non indifferente, perché oggi siamo di fronte a cambiamenti profondi. Se non vogliamo che tutto torni come prima, bisognerà ripensare molta parte dei nostri sistemi di , la loro frammentazione, le diseguaglianze che producono e consolidano e guardare oltre la loro dipendenza da modelli di crescita insostenibili…sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista ambientale.

L’intervista a  è di Luca Negrogno.

 

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