Abbiamo chiesto a , una delle figure leader a livello nazionale ed internazionale della , di “regalarci” un contributo tratto dal suo recente webinar Community psychology and : Towards an environmental justice?, tenuto l’11 giugno 2020 per l’Associazione Europea di (ECPA)**. L’analisi evidenzia le strette interazioni tra , salute e , sostenendo che non bisogna tornare alla “normalità” dopo il coronavirus, perché la “vecchia” normalità ha inquinato la nostra Terra, generato vulnerabilità e oppressioni. Ora è tempo di creare un nuovo futuro, come ci insegnano i ragazzi del movimento Friday For Future, mettendo al centro la comunità.

L’epidemia del verrà ricordata come una grande pandemia che ha sconvolto la vita di miliardi di persone e mietuto più di mezzo milione di vittime. Tuttavia, il ci ha fatto un grande dono, da usare al meglio per promuovere la salute nelle nostre comunità: ci ha mostrato quanto l’inquinamento dell’aria favorisca l’aumento della mortalità da COVID-19.  Infatti, tra le aree più colpite del Nord Italia, è stato rilevato già da anni il più alto livello di particolato, PM 2,5 (EEA, 2019).
Le malattie che derivano dall’inquinamento atmosferico locale (cardiopatia ischemica, malattia cerebrovascolare, malattia polmonare ostruttiva cronica (COPD), infezione delle vie respiratorie inferiori e cancro ai polmoni) sono emerse tra le principali comorbidità dei pazienti che sono morti con Coronavirus in Italia, in un campione di 10.000 casi (Mebane, 2020).
Sempre nella primavera 2020, la prima ricerca nazionale (negli Stati Uniti) sull’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico e alla mortalità COVID-19 ha trovato che “un aumento di solo 1 microgrammo per metro cubo nell’esposizione media a lungo termine al PM 2,5 è associato ad un aumento del 15% del tasso di mortalità di COVID-19 (Wu e Nethery, 2020).

Il COVID-19 ci ha brutalmente ricordato, quanto avremmo dovuto sapere da tempo. L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che ci siano state 76.200 morti premature in Italia, già nel 2016, la maggior parte, 58.600 morti, sono attribuibili ai PM 2,5 (EEA 2019). Questi inquinanti sono prodotti dall’utilizzo dei combustibili fossili.
La mortalità derivata dall’inquinamento atmosferico è provocata dall’inalazione oppure dall’ingestione di particelle sottili che sono pari ad un diametro che arriva a 2,5 micrometri, quindi, abbastanza sottili da penetrare nei polmoni e nel flusso sanguigno.
Queste particelle, che si chiamano particolato, possono essere emesse direttamente dalla combustione o formate indirettamente da reazioni atmosferiche con biossido di zolfo o gli ossidi di azoto.
Alte concentrazioni di particolato aumentano la frequenza di quattro malattie letali: ictus, bronco pneumopatia cronica ostruttiva, cardiopatia ischemica e carcinoma polmonare, cioè delle stesse malattie riscontrate nei pazienti di COVID-19 che sono deceduti.

Negli ultimi decenni la popolazione mondiale ha superato i 7 miliardi e si avvia ad arrivare a 11 miliardi nel 2100. Questo comporta un vertiginoso aumento del Pil, e dell’energia utilizzata per produrre più beni e servizi, alloggi e mezzi di trasporto.
Oggi 90 % dell’energia consumata proviene dai combustibili fossili (carbone, petrolio, gas naturale). La combustione di combustibili fossili produce energia, inoltre ossido di carbonio e particelle sottili.
L’energia di combustibili fossili è utilizzata ad esempio nelle automobili, nelle caldaie di casa, negli aeroplani e nelle centrali termoelettriche per produrre energia elettrica. Ma il suo largo uso aumenta l’inquinamento ambientale e aumenta i danni alla nostra salute.
L’inquinamento dell’aria esterna da combustibili fossili ha causato 4,2 milioni di morti e l’inquinamento dell’aria interna è stato stimato a 2,9 milioni nel 2015, per un totale di 7 milioni di morti all’anno (FMI, 2019). In confronto, gli incidenti stradali uccidono 1,3 milioni persone all’anno (Harari, 2019).

Il rende più urgente passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. Già oggi Il pianeta è più caldo di 1 °C rispetto al 1860 e i disastri ambientali si stanno moltiplicando: uragani mai visti prima, estati bollenti, incendi devastanti, barriere coralline morenti, desertificazione e scioglimento dei ghiacciai.
L’innalzamento delle temperature dovuto al riscaldamento globale potrebbe inoltre mettere in circolazione virus e batteri, congelati nel permafrost, e nei ghiacciai da migliaia di anni, con pesanti conseguenze per la salute non solo del nostro pianeta, ma di tutti gli esseri viventi.
Infatti variazioni di temperatura, umidità e condizioni del suolo favoriscono il ‘salto di specie’. Il 60% delle malattie infettive emergenti sono trasmesse all’uomo da animali selvatici (vedi Sars,Ebola, Hiv). Gli esseri umani distruggono ogni anno migliaia di ecosistemi e molte specie devono migrare in cerca di nuove nicchie in cui sopravvivere.

Sarebbe urgentissimo in Italia moltiplicare i progetti per l’energia pulita, che potrebbero essere realizzati assegnando risorse aggiuntive ai programmi energetici esistenti, con un avvio rapido e una gestione molto più semplice.
Inoltre ridurre l’inquinamento atmosferico locale significherebbe diminuire le emissioni di combustibili fossili e di anidride carbonica, e abbassare la crescita delle malattie connesse all’inquinamento. Le azioni fanno parte del piano energia-clima (PNIEC) già presentato alla Commissione Europea, e il finanziamento dell’iniziativa potrebbe includere nuovi finanziamenti europei stanziati dopo la crisi COVID-19.

L’Italia è già uno dei paesi leader per il risparmio energetico e le energie rinnovabili e questo settore potrebbe offrire molti nuovi buoni posti di lavoro. Molte attività dell’efficienza energetica hanno un’alta intensità di lavoro.
Tipici interventi di efficienza energetica includono la riqualificazione edilizia: dei condomini, delle case, delle scuole, degli edifici pubblici, degli uffici; e l’integrazione delle fonti energetiche rinnovabili in edilizia, con impegno alla graduale eliminazione del gasolio da riscaldamento.
Nel settore del trasporto le priorità indicate sono: lo spostamento della mobilità passeggeri privata verso la mobilità collettiva e la “Smart Mobility”; lo spostamento del trasporto merci da gomma a rotaia e l’efficientamento dei veicoli. Per cui usando bene i fondi europei e nazionali disponibili, potremmo contemporaneamente migliorare l’ambiente, la salute pubblica e creare nuovi lavori per molti giovani in tutte le regioni italiane, iniziando da quelle più colpite dal COVID-19 (Francescato e Mebane, 2020).

Eleggere politici che abbiano a cuore la salute dei cittadini e la protezione dell’ambiente

In tutto il mondo ambientalisti e scienziati hanno premuto per decenni per potenziare il risparmio energetico e le energie rinnovabili, con poco successo, perchè si sono scontrati con politici che privilegiano gli interessi delle grandi aziende petrolifere. Oppure hanno incontrato uomini politici che preferiscono sponsorizzare grandi opere che danneggiano l’ambiente, ma offrano la possibilità di ricevere contributi per partiti e fondazioni, o purtroppo anche tangenti che li arricchiscano personalmente, essendo il denaro diventato per molti un valore dominante. Le ecofemministe (Marcomin, 2018) sostengono che dobbiamo votare più donne e sostenerle nella loro carriera per farle arrivare ai vertici.
Le donne in generale sono più favorevoli a finanziare progetti per la salute, l’istruzione e l’ambiente. Gli uomini sono più disposti a favorire il business e le spese per gli armamenti. Anche nelle nostre ricerche con parlamentari e politici locali e regionali abbiamo rilevato le stesse differenze di genere.

Quanto possa essere importante avere donne al vertice quando si affronta una crisi è stato un altro dei regali che ci ha fatto il COVID-19. Infatti, i paesi che hanno avuto meno morti sono stati Nuova Zelanda, Islanda, Germania, Corea del sud, Norvegia e Finlandia, tutte nazione rette da donne.
La crisi ha mietuto più vittime negli Stati Uniti, la Gran Bretagna, e il Brasile guidate da maschi che hanno minimizzato i rischi sanitari per favorire la ripresa economica. Trump, Johnson e Bolsonaro, sono uomini autoritari, narcisisti, con ego smisurati che concepiscono la lotta contro il COVID-19 come una occasione per dominare la natura e sfoggiare la propria virilità rifiutando di indossare le mascherine!
Sono questi maschi Alpha i nostri avversari, affermano le ecofemministe, e non tutti i maschi. Non a caso sono loro che detestano gli ambientalisti e negano che ci siamo cambiamenti climatici favoriti dall’inquinamento prodotto da noi esseri umani.
Bolsonaro ha dato il via libera allo sfruttamento brutale della foresta amazzonica incurante dei diritti degli indios. Trump da parte sua ha eliminato gran parte della legislazione ambientale, e vuole riaprire le miniere di carbone e costruire nuove centrali a carbone.
Per fortuna una donna, al vertice nell’Unione Europea, Ursula Von der Leyen, ha presentato il progetto verde più lungimirante. L’European Green Deal (2020) comprende un insieme di iniziative della Commissione Europea che mirano a raggiungere la neutralità climatica in Europa nel 2050. Il piano include sanzioni per i paesi che non tagliano le loro emissioni nocive. Promuove l’economia circolare e una agricoltura non dannosa per l’ambiente.
Se questo piano viene realizzato, segnerà una svolta, che tuttavia potrebbe rivelarsi troppo lenta per far fronte ai problemi ambientali sempre più gravi, come sostengono i ragazzi di Fridays for Future.

L’ European Green Deal non basta, rispondono i ragazzi del movimento Friday for Future

I ragazzi seguaci di Greta Thunberg, di Friday for Future (FFF), sostengono l’European Green Plan, ma gridano che non si pone obiettivi all’altezza dei problemi: «Abbiamo solo 8 anni per fare cambiamenti drastici ed evitare che il riscaldamento globale porti a danni irreversibili» (FFF, 2020). Essi chiedono che i governi dichiarino lo stato di emergenza e “dicano la verità” sulla situazione ambientale.
Vogliono che i politici prendano misure straordinarie, per arrivare a zero emissioni potenziando le energie rinnovabili, l’efficienza energetica, il riciclo dei rifiuti, e l’economia circolare. In particolare i FFF lottano per la giustizia ambientale planetaria. I paesi sviluppati hanno creato la maggioranza dei problemi ambientali, ma le conseguenze più gravi gravano già oggi e peseranno ancora di più in futuro sui paesi più poveri del Sud del mondo: questa è l’ingiustizia ambientale a cui si deve porre rimedio.
I FFF sostengono il movimento che cerca di promuovere una ripartizione equa dei benefici e danni ambientali e equo accesso ai processi decisionali su provvedimenti ambientali. Denunciano il razzismo e le discriminazioni, che hanno portato alla collocazione di impianti di gestione rifiuti e impianti industriali pericolosi nei quartieri più poveri. I FFF protestano e manifestano con gli aderenti a movimenti per i diritti civili, contro il razzismo e l’omofobia. Marciano in piazza con le femministe contro la violenza sulle donne e con i migranti sfruttati nelle campagne di tutto il mondo. Già a soli 15 anni infatti la loro ispiratrice Greta Thunberg aveva compreso che il problema ambientale, per essere risolto, implica una lotta contro tutte le disuguaglianze che affliggono il nostro pianeta (Thunberg et al. 2019, Francescato, 2019).

Cosa possiamo fare come cittadini per proteggere l’ambiente

Sono tante le piccole azioni che ognuno di noi può compiere vincendo le sensazioni di indifferenza o impotenza di fronte ai grandi problemi. Come ripete spesso Greta Thunberg: “nessuno è troppo giovane o troppo vecchio, ognuno può fare la sua parte e se siamo in tanti le cose possono cambiare” (Thunberg et al. 2019). Seguendo questo messaggio empowering, come diremmo noi psicologi di comunità, ecco alcune indicazioni che tutti possono seguire.

A livello individuale e familiare possiamo: consumare meno energia acquistando elettrodomestici più efficienti (certificati); fare la raccolta differenziata dei rifiuti; usare mezzi di trasporto più ecologici (andiamo a piedi e in bici, facciamo car sharing) e usare i mezzi pubblici. Soprattutto dobbiamo diffondere e praticare l’economia circolare, che si basa sulle quattro R: Riduciamo, Riutilizziamo, Ripariamo e Ricicliamo.

Se lavoriamo in una scuola o abbiamo figli in età scolare possiamo: chiedere all’amministrazione della scuola di far fare una diagnosi energetica per stimare l’opportunità della riqualificazione energetica (e la riduzione di GHG) attraverso interventi sugli edifici scolastici. Approfondire il concetto dell’economia circolare applicato ai consumi scolastici (ridurre, riutilizzare, riparare, riciclare). Discutere il concetto del e i suoi obiettivi. Seguire la preparazione del Piano Climatico Europeo.

Inoltre ognuno di noi può chiedere una diagnosi energetica per ogni edificio dove lavora, dove fa sport o altre attività. Il governo ha proposto uno sconto fiscale del 110% del costo dell’intervento di risparmio energetico, applicabile agli edifici pubblici e privati.
Votare per partiti e politici che difendono l’ambiente. Sostenere associazioni ambientaliste come WWF, LEGA AMBIENTE, GREENPEACE. Seguire su Internet il sito Environmental Justice Atlas (Ejatlas), che raccoglie battaglie, fallimenti e successi del movimento per la giustizia ambientale.
Tra i conflitti ambientali più numerosi, citati nel 2020, acquisizione di terreni per produrre olio di palma (land grabbing) in Honduras, Colombia, Mexico, Indonesia, e Birmania; costruzione di dighe (Brasile, e Africa); grandi miniere che inquinano acqua (America Latina, Africa). Estrazione fossili con mezzi estremi come fracking (Artico); gestione rifiuti (GAIA); miniere di sabbia illegali in India.

Il COVID-19 ci ha portato ad apprezzare maggiormente la sanità pubblica orientata alla comunità

Come scrivono alcuni medici di un ospedale di Bergamo:I sistemi sanitari occidentali sono costruiti mettendo al centro il malato, ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un approccio che metta al centro la comunità… servono soluzioni per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali. Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigeno terapia precoce, e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti, utilizzando la telemedicina. Quest’approccio limiterebbe l’ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio (Misuraca, 2020). Abbiamo potuto constatare cosa può significare un approccio di comunità valutando cosa è successo nel Veneto e in Lombardia.
Le differenze tra i sistemi sanitari delle regioni Veneto e Lombardia sono notevoli. Il Veneto ha un modello territoriale decentralizzato con molte unità pubbliche locali; mentre la Lombardia si basa sul modello ospedaliero privatizzato con meno strutture pubbliche decentralizzate. Al 3 maggio, il numero di casi di coronavirus per 100.000 residenti era 373 in Veneto e 771 in Lombardia (circa il doppio), e il numero di decessi per 100.000 era rispettivamente 31 e 141, più di quattro volte maggiore in Lombardia.

Mettere al centro la comunità (Francescato, Mebane, 2018) significa che gli interventi per la salute pubblica post COVID-19 dovrebbero promuovere nuova occupazione per rafforzare il settore in termini di prevenzione e di gestione delle epidemie che si ripresenteranno nei prossimi anni. Mettere al centro la comunità significa privilegiare la promozione del benessere collettivo nelle sue componenti ambientali, economiche, psicologiche, e sociali.

Promuovere il benessere psicologico individuale e collettivo è oggi un’emergenza nazionale. Dopo la crisi molte persone, che hanno affrontato lutti familiari senza poter stare vicino ai moribondi, senza celebrare funerali, soffrono di disturbi emotivi.
Di solito gli esseri umani si confortano stando vicini, abbracciandosi e baciandosi. Il COVID-19 invece richiede distanza. Per cui molti hanno bisogno di una consulenza psicologica o di gruppi di mutuo aiuto per elaborare i lutti che non hanno potuto vivere pienamente, e diminuire i sensi di colpa, e i rimpianti di non avere potuto fare un ultimo saluto ad una persona cara, che lo desiderava disperatamente, come abbiamo appreso dagli operatori sociosanitari che hanno tentato di tutto, per mettere in contatto moribondi e familiari, senza talvolta riuscirci.

Moltissimi altri hanno provato per mesi alte dosi di emozioni negative come paura, ansia, delusione e rabbia, e soprattutto preoccupazione per il loro futuro e per quello dei loro figli, la cui vita è sospesa, senza prospettive sicure di lavoro o studio.
Restare a casa e fare anche lavoro e/o scuola a distanza, ha migliorato rapporti di coppia e familiari già sufficientemente buoni, ma ha peggiorato i rapporti già conflittuali tra partner, e tra genitori e figli. Per evitare che aumentino le violenze domestiche su donne e bambini, e che crescano le depressioni e i disturbi psicosomatici, bisogna potenziare subito i servizi territoriali di consulenza psicologica, ma anche creare servizi online, che offrano opportunità di ascolto e condivisione. In particolare occorre offrire supporto psicologico per tutti gli operatori sociosanitari che hanno gestito l’emergenza COVID-19, che rischiano di avere incubi, insonnia, e altri disturbi psicosomatici, ma anche problemi con figli e partner che hanno “trascurato” per mesi.
Non è semplice ricominciare bene. Occorre aumentare il numero dei consultori familiari, e le case delle donne che sono state molto ridotte negli ultimi anni. Assumere finalmente psicologi della salute e di comunità, che con sociologi, demografi e altri esperti pluridisciplinari possano costruire percorsi di empowerment per individui, gruppi, ed associazioni territoriali, e rafforzare il senso di comunità tra giovani ed anziani.
E’ necessario soprattutto promuovere a ruoli dirigenziali più donne, che costituiscono due terzi del personale del nostro sistema sanitario pubblico (Francescato e Mebane 2020). Soprattutto è urgente dare più spazio alla prevenzione, mobilitando le energie positive e la voglia diffusa di contribuire alla rinascita di un’Italia migliore. Occorre promuovere subito progetti di educazione alla salute e alla cittadinanza attiva per tutte le fasce della popolazione, che promuovano le capacita relazionali, il rispetto reciproco, il senso di comunità, la cura dei luoghi, il mutuo aiuto tra vicini e la solidarietà intergenerazionale.
Il rispetto e il senso di comunità s’imparano in famiglia, ma vanno promossi in tutti contesti in cui viviamo, dai condomini, alle scuole, ai luoghi di lavoro, e in particolare nei siti di internet, e su FaceBook e WhatsApp dove spendiamo una media di 6 ore al giorno. Ora abbiamo una nuova grande sfida, promuovere un senso di comunità planetario: tutti gli abitanti del pianeta devono sentirsi responsabili per la sopravvivenza della terra, perché non esiste un piano B. Se continua l’ingiustizia ambientale nel suo significato più ampio, anche i “vincenti” vivranno vite mutilate, prigionieri nei loro ghetti di lusso, in balia delle loro guardie del corpo. Possiamo ancora vivere meglio insieme, se aumentiamo i nostri sforzi per comprendere la portata delle attuali e future problematiche ambientali.

Incrementare interventi di sensibilizzazione alle problematiche ambientali

In molti progetti di promozione della salute, della cittadinanza attiva, e di educazione ambientale gli psicologi di comunità hanno usato da decenni il metodo del “Circle Time”, dove in cerchio i partecipanti esplorano emozioni positive e negative suscitate dalla tematica affrontata.  Per promuovere mutamenti infatti è necessario tener conto anche delle emozioni che essi provocano, come sostengono i teorici dell’educazione socioaffettiva basato sul Circle Time.
Questo metodo è stato introdotto in Italia nel libro Star bene insieme a scuola pubblicato nel 1986 e ristampato venti volte (Francescato et.al, 2018). Questo metodo si è rivelato utile nel migliorare i rapporti tra studenti ed insegnanti, e tra studenti, nel ridurre il disagio emotivo e la dispersione scolastica.
Particolarmente importante il suo ruolo nel promuovere l’empowerment sociopolitico individuale e di gruppo, debellando sentimenti di sfiducia e impotenza di fronte a problemi, su cui si pensa di non poter incidere.
Affrontando problematiche complesse come il degrado ambientale e i cambiamenti climatici con una metodologia empowering, i singoli scelgono piccoli mutamenti che essi possono intraprendere nella vita quotidiana e in gruppo, i contesti, le organizzazioni e movimenti a cui aderire per lottare per cambiamenti a livello locale e internazionale.
I corsi empowering di orientamento e formazione richiedono cinque o sei giornate di formazione faccia a faccia o online (Francescato et al. 2004). Tuttavia, in un periodo di emergenza climatica, alcuni insegnanti delle scuole medie superiori hanno richiesto di predisporre interventi più brevi per motivare i loro allievi a interessarsi e a partecipare a movimenti per l’ambiente.
Abbiamo pertanto testato un intervento pilota che può essere fatto non solo nelle scuole, ma in centri sportivi, associazioni del terzo settore, centri per anziani, e altri luoghi di aggregazione civica per promuovere la consapevolezza delle problematiche ambientali e aumentare la disponibilità dei singoli ad attivarsi per affrontarle.

L’intervento di sensibilizzazione breve (minimo due ore estensibili fino a otto ore) viene di solito attuato da due persone, una esperta di problematiche ambientali e uno psicologo esperto di educazione socioaffettiva e metodologie empowering.
Un intervento di sensibilizzazione prevede quattro fasi: Nella prima fase, i due formatori si presentano e raccontano come sono diventati attivisti ambientali. Questa prima fase serve per creare un clima di fiducia e curiosità, cruciale per stimolare l’interesse verso i cambiamenti climatici. Nella seconda fase, l’esperto ambientalista spiega i concetti chiave del , e illustra vari aspetti della crisi ambientale in atto. Nella terza fase, lo psicologo facilita l’individuazione e il riconoscimento delle emozioni negative e positive suscitate dal , con esercitazioni individuali, di coppia e di piccolo gruppo. Nella quarta fase finale si esplora cosa possono fare i partecipanti come singoli, come classe e come scuola se sono studenti, o come gruppo se appartengono ad altre organizzazioni. Inoltre si esaminano quali movimenti ambientalisti si possono contattare.

Questa metodologia sembra suscitare una grande varietà di emozioni, sia negative che positive, e aumenta “la voglia di fare qualcosa” Dobbiamo tuttavia ancora valutare l’efficacia comparativa degli interventi brevissimi di due ore, in cui ogni fase dura circa 30 minuti e di quelli in cui alle fasi tre e quattro viene dedicato più tempo.

Cosa possono fare i bolognesi abitanti di una regione speciale

È urgente cogliere questo attimo fuggente, in cui dopo il coronavirus, molti hanno “la voglia di fare qualcosa”, e tanti sono più disponibili a perseguire il bene collettivo, affidandosi a una maggiore leadership medica e scientifica. Se perdiamo questo slancio, potremmo ritrovarci a seguire di nuovo strade vecchie.
Concordo sul fatto che questo momento richieda cambiamenti radicali, come ad esempio quello proposto dalle economiste olandesi, compreso un’alternativa al PNL e un’economia basata sulla ridistribuzione (Feola, 2020). Tuttavia, è probabile che tali cambiamenti radicali non siano accettati nell’attuale situazione italiana e il pericolo è che non si riesca neanche ad accelerare la mitigazione del riscaldamento climatico come richiesto dai giovani di Fridays For Future (FFF, 2020).
Sarebbe importante che dall’Emilia Romagna, sempre così pronta a innovare, venissero implementati progetti che contemporaneamente agissero per promuovere la salute dei cittadini, la protezione dell’ambiente e creassero nuovi posti di lavoro per i giovani. Sono decenni che vengo in questa regione a proporre corsi innovativi, sperimentazioni complesse e so che qui ci sono le competenze e le reti per diventare la regione guida per cambiare l’Italia in meglio.

 


già Ordinario di presso l’Università La Sapienza di Roma, cofondatrice della European Community Psychology Association (ECPA), codirettrice ASPIC (Associazione per lo sviluppo dell’individuo e della comunità), Roma.

 

** il webinar è disponibile presso il sito http://www.ecpa-online.com/webinar-environmental-justice/

 

Riferimenti bibliografici

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