Il dibattito pubblico sulla devianza minorile è spesso ostaggio di narrazioni emergenziali che semplificano fenomeni complessi sotto l’etichetta di “baby gang”. Il seminario “Esperienze di violenza nelle giovani generazioni”, organizzato dall’Istituzione Gian Franco Minguzzi, martedì 26 maggio presso la Sala del Consiglio metropolitano, ha proposto una necessaria “contro-narrativa” basata su evidenze empiriche e nuove prospettive riferite alle scienze sociali. Amministratori, esperti, operatori si sono confrontati in un dibattito serrato, cercando di approfondire le diverse angolature interpretative del fenomeno, a partire dal Report “(Dis)armati. Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà” (2026) di Save the Children. Proponiamo in questo articolo una sintesi dei temi trattati, rimandando a questa pagina del nostro sito per il resoconto dettagliato degli interventi.

Tra realtà statistica e percezione sociale

Bruna Zani (Istituzione Minguzzi) ha aperto i lavori sottolineando come sia urgente spostare il focus dalla mera “delinquenza giovanile” alla “sofferenza giovanile”, analizzando il disagio oltre la percezione soggettiva di insicurezza. Antonella Inverno (di Save the Childen Italia) ha evidenziato un paradosso centrale: se i ragazzi sono sempre più “armati” di oggetti atti a offendere, risultano drammaticamente “disarmati” sul piano emotivo, privi di consapevolezza sulle conseguenze reali delle proprie azioni. Nonostante una ripresa post-pandemica, i dati a lungo termine mostrano che le segnalazioni di minori all’autorità giudiziaria sono diminuite di un terzo negli ultimi vent’anni. Gianluigi Bovini (statistico e demografo) ha ulteriormente smontato il “panico morale” evidenziando come la percezione di insicurezza sia amplificata da una “società anziana” e da una narrazione mediatica che distorce la realtà: sebbene alcuni reati impulsivi siano in crescita a livello locale, l’Italia presenta tassi di criminalità minorile tra i più bassi d’Europa.

La critica ai modelli repressivi e il ruolo degli adulti

Alcuni interventi hanno espresso una netta critica verso l’approccio dell'”ipertrofia penalistica”. Matilde Madrid (assessora al welfare comune di Bologna) ha contrapposto alla “domanda di pena” il concetto di “sicurezza dei diritti”, sostenendo che la vera prevenzione risiede nel fornire ai giovani le risorse interiori per gestire i conflitti. In questa cornice, la violenza viene letta come il sintomo di una “crisi del maestro” e di un mondo adulto che offre modelli basati su individualismo e successo facile.

Lo psicoterapeuta Fabio Vanni ha messo in guardia dal riduzionismo neuroscientifico che etichetta l’adolescente come biologicamente incapace di controllo, sottolineando come tale visione rischi di diventare una “profezia che si autoavvera”. Secondo la sociologa dell’educazione Graziella Giovannini, siamo di fronte a un “Baby Bang”: una crisi multidimensionale alimentata dal blocco dell’ascensore sociale e dalla povertà educativa, dove la rabbia giovanile assume quasi un valore di “sentimento politico” contro modelli dominanti escludenti.

Politiche attive e interventi positivi: dalla educativa di strada alla co-progettazione

Il cuore della discussione si è concentrato poi sulle strategie di intervento capaci di trasformare la marginalità in cittadinanza attiva. Sara Accorsi (consigliera delegata al welfare della città metropolitana) ha illustrato l’importanza del progetto Traiettorie Adolescenti” e dell’educativa di strada, strumenti essenziali per intercettare i nuovi linguaggi dei giovani e coniugare la rigenerazione urbana con servizi di welfare che non siano meri contenitori vuoti.

Un contributo fondamentale alla pratica educativa è arrivato da Silvia Branca (educatrice di Oficina I.S), che ha riportato l’esperienza dei centri di formazione professionale, suggerendo di superare l’ascolto passivo a favore di una pedagogia del fare: i giovani devono essere coinvolti nella co-progettazione delle proprie attività, imparando a negoziare le regole e a gestire il conflitto attraverso una leadership partecipativa. Sulla stessa linea, Giovanni Mengoli (presidente Ceis) ha proposto un modello basato sulla “accettazione incondizionata”, dove l’adulto non abbandona mai la relazione, nemmeno di fronte alla trasgressività. Progetti come “Cortili al Villaggio” dimostrano come rendere i ragazzi protagonisti proattivi della gestione di spazi e attività sia la via per contrastare l’anestetizzazione emotiva.

Infine, Angelo Fioritti (psichiatra) nelle conclusioni ha inquadrato la violenza come un “organizzatore psichico” efficace per chi non possiede altri strumenti di costruzione identitaria. La risposta delle istituzioni e del terzo settore deve quindi convergere verso una pedagogia della cooperazione e una alfabetizzazione civica diffusa, dove gli adulti riprendano a parlare attivamente con i giovani, per ricostruire quel capitale sociale necessario a dare un senso al futuro.