Pubblichiamo l’intervento di , pronunciato in occasione del ciclo di incontri sulla : Didattica a distanza: Una, nessuna …o centomila?, organizzato nell’ambito del Festival della Cultura 2021, con il focus tematico “Per un’istruzione di qualità, equa e inclusiva”. Il quarto incontro, dal titolo Non solo (a) , era centrato sul policentrismo formativo.*

L’esperienza pandemica ha orientato la riflessione contemporanea in tema di – al di là del vero e proprio problema sanitario e delle connesse misure di sicurezza- su due principali questioni:
– il ricorso alla ,
– la posizione della nello scenario educativo delle generazioni.

Si può parlare di una sorta di cesura nel percorso delle riflessioni sul sistema formativo che sembra oscurare la complessità del cambiamento in corso.

Se guardiamo alla , a me sembra sia possibile evidenziare che le valutazioni, sia quelle accademiche che quelle della pubblica opinione e della quotidiana attenzione di genitori e studenti, registrano forti critiche sul piano cognitivo (rafforzate dalle consuete valutazioni degli apprendimenti di Invalsi), della relazionalità, dell’aumento delle disuguaglianze educative.

Massima benevolenza possibile : la ha permesso alla di continuare a funzionare, ma la didattica in presenza rimane la priorità. Si è detto e scritto: “ anche nelle rappresentazioni degli studenti”.
In collegamento diretto con questo si colloca la comune valorizzazione della centralità della e della dimensione relazionale diretta dell’insegnamento/apprendimento.
Nelle prese di posizioni pubbliche e nel mondo della si sostiene con soddisfazione che “ La è il player fondamentale per lo sviluppo dell’Italia che sta ripartendo”. Ruolo rafforzato nello scenario degli ingenti investimenti del Pnrr. Realtà o rinnovata retorica?

Credo sia necessario fare un passo indietro e uno a lato per riprendere le fila di cambiamenti socio-culturali che erano già iniziati da tempo e che sfidano la nostra capacità di elaborare un sistema educativo all’altezza dei tempi.

Riprendo temi noti, ma che sono finiti in background in periodo di pandemia.

 

1. Il pluralismo dei codici e mezzi comunicativi
Comincio da questo perché ritengo (da anni) che sia il cambiamento centrale nella costruzione educativa. Non è solo questione di si/ no. Si tratta di profondi e articolati cambiamenti nella produzione e nella organizzazione della conoscenza.
Semplificando: la che conosciamo è quella che si è strutturata sul medium stampa, il medium della razionalità, della linearità, dell’astrazione, del potenziamento dell’individualità. E’ la della società industriale.

Sono anni che conosciamo e siamo trasformati da un mondo altro, quello dei elettrico- elettronici : plurisensoriali, immersivi, reticolari, partecipativi, che sviluppano e si basano su intelligenze altre.
Ricordiamo una riflessione che viene da lontano, quella sulle intelligenze plurime di Howard Gardner. E anche la rivalorizzazione delle intelligenze del fare, della mano, riprese con forza nella contemporaneità da Richard Sennet. Con il recupero dell’oralità, che ha nuova vita nel digitale.
Il nostro contesto di vita, ci dice Luciano Floridi, è il mondo dell’infosfera, un mondo che investe tutti e ogni luogo con la diffusione della tecnologia portatile che genera quella condizione che, sempre Floridi, chiama efficacemente onlife.
A noi il compito di declinare nell’apprendimento/insegnamento queste trasformazioni che riguardano tutti i contesti. Questa è la vera sfida.
La non è rimasta ferma di fronte a questo cambiamento. Forse lo abbiamo dimenticato, ma la italiana ha avuto un suo Piano nazionale italiano per la digitale del 2015 (nel quadro della Buona ) che aveva la consapevolezza che non si trattava solo di introdurre qualche tecnologia a , ma di cogliere tutta la portata epistemologica e culturale delle trasformazioni tecnologiche. Il Piano “risponde alla chiamata per una visione dell’ nell’era digitale….per sostenere l’apprendimento lungo tutta la vita e in tutti i contesti formali e non formali”. Un Piano che si innestava già allora su esperienze dal basso già in corso.
L’esperienza in pandemia ha purtroppo messo in evidenza un uso al ribasso del medium tecnologico, spesso usato con lo stesso tipo di organizzazione didattica della in presenza.

 

2. Il pluralismo degli spazi educativi
Già da molti anni si è ragionato sulla pluralità dei contesti formativi, con discussioni accese sul valore del formale e non formale, della e dell’extra-, sulla valorizzazione degli spazi aperti, sui luoghi di lavoro come contesti di formazione in alternanza e lungo tutta la vita.
Lo abbiamo definito Policentrismo formativo a partire dagli anni novanta del secolo scorso.
Si è lavorato sulla regia dei vari contesti e, in particolare, sul ruolo della istituzione scuola nel sistema (sistema formativo allargato, integrato, scuola più….)
La pandemia, come abbiamo detto, ha riportato il focus sull’importanza della scuola in quanto spazio reale per eccellenza del rapporto educativo. Ma possiamo fare a meno della visione policentrica?

E’ lo stesso ricorso alle tecnologie che ci chiede di fare un nuovo passo interpretativo.
Proprio le nuove tecnologie complessificano la rappresentazione degli spazi. Con questa esperienza siamo chiamati a ragionare sulla compresenza di spazi materiali e spazi virtuali nell’apprendimento e sulla diversificazione educativa sia degli uni che degli altri in relazione alle varie aree e modalità del processo educativo.

Con la tecnologia la scuola entra in spazi altri (la casa, il lavoro, il museo…) e spazi altri sono portati dentro la scuola. Con le attuali innovazioni comunicative, tutte le istituzioni educative e tutti i soggetti in formazione si aprono (possono aprirsi) a fonti di conoscenza situate fuori dalle mura delle aule, possono accedere ad esperti lontani nello spazio, possono interagire con “compagni” di apprendimento di varie età e di diversi contesti. Le reti rendono possibili rapporti faccia-a-faccia a distanza, mentre le aule non sono più in grado di “segregare” i soggetti in formazione e non detengono più in modo monopolistico la definizione di ambiti di apprendimento.
Ciò finisce per incrinare una distinzione netta fra modelli di “formazione in presenza” e “formazione a distanza”, perché da una parte ogni “sito” in grado di produrre diventa in qualche modo potenziale contesto formativo e, dall’altra, è possibile interagire in maniera bidirezionale , o polidirezionale (teleconferenze, gruppi di discussione…), non solo trovandosi all’interno dello stesso luogo, ma a partire da contesti separati e non necessariamente specialistici, purché tecnologicamente collegati.

In sostanza, si moltiplicano le fonti possibili da cui ricavare conoscenze e competenze, attivando quella che viene anche definita always o ubiquitous learning, modificando le stesse modalità relazionali e aprendo interrogativi su nuovi modelli di intersecazione e di equilibrio tra differenti contesti e spazi.

Allora bisogna fare un passo a lato e, al di là dell’emergenza, ripartire anche con la riflessione sugli spazi dell’. Spazi che chiamano o confermano nel gioco dell’apprendimento una pluralità di Agenzie altre dalla scuola e, insieme, una pluralità di attori .
Anche il classico spazio materiale della scuola entra in discussione: non più solo scuola e non più la scuola dei banchi in schiera industriale.

L’Emilia Romagna, sotto l’effetto dei problemi pandemici e delle nuove esigenze di sostenibilità, ha da poco lanciato la proposta di una progettazione partecipata di nuove Linee guida regionali sullo spazio scolastico, accogliendo l’idea dello Spazio come terzo educatore. E’ un progetto animato dall’architetto Cucinella che da tempo si muove (come altri) nella prospettiva di un edificio che abbandona la storica organizzazione in classi con banchi allineati di matrice industriale per articolarsi in vari cluster aperti e in connessione con l’esterno, in relazione ad una rinnovata rappresentazione dei processi di insegnamento /apprendimento che accolga plurime esperienze, relazioni, tecnologie.

La consapevolezza della pluralità degli spazi educativi porta con sé il problema della loro connessione, superando l’uso sostanzialmente sovrapposto che ha caratterizzato la DAD. Molti spunti possono venire dall’esperienza del progetto TRIS (Tecnologie di Rete e Scolastica), nato prima della pandemia per l’uso integrato di tecnologie e didattica in aula per studenti impediti a frequentare per differenti motivi. La sperimentazione di spazi ibridi di apprendimento, attivata da quel progetto, avrebbe potuto dare ben altri impulsi alla DAD pandemica.
In questo scenario dovrebbe diventare centrale nella formazione ad ogni età lo sviluppo di competenze per utilizzare e gestire l’ubiquitous learning senza affogare.

 

3. Il pluralismo dei tempi (sinteticamente) e altre dimensioni del policentrismo
Si potrebbe ragionare su diverse altre dimensioni del pluralismo/policentrismo, ma limitiamoci ad un accenno al lifelong learning, al pluralismo dei tempi della formazione.
Anche questo un tema già noto da molto e che va riletto in chiave contemporanea.
Oggi il problema non è solo quello dell’aggiornamento, ma quello vero e proprio del riuscire a reggere l’innovazione che non riguarda solo l’apprendimento strumentale delle nuove tecnologie, ma il loro significato per le persone e la società.
Le questioni delle post-verità, del post-umano, del transumano (commistione tra natura fisica del corpo e tecnologie; tra capacità fisiche e cognitive e strumenti tecnologici) e della servitù all’algoritmo sono temi per tutte le generazioni.

 

4. Il poliedro
A partire da queste differenti espressioni del pluralismo e in dimensione progettuale, ho voluto introdurre l’immagine del poliedro, già studiata nell’antica Grecia, cara a Leonardo, ripresa da papa Francesco nella proposta di un mondo in cui le componenti – le varie facce del poliedro – si connettono in maniera non gerarchica, conservando la propria specificità compiuta e riconoscibile, contribuendo ad un sistema in equilibrio.
Il policentrismo contemporaneo corrisponde bene anche alla diffusa idea dell’ come espressione di (villaggio), ma a livello interpretativo può trarre giovamento dalla prospettiva del poliedro, proprio per questa complessa costruzione di elementi tra loro omogenei, ma che salvaguardano la specificità e la differenza .
Una composizione che non rimanda alla gerarchia, ma alla esigenza di equilibrio.

Proprio questo obiettivo dell’equilibrio costruito in maniera condivisa potrebbe generare la sostenibilità del sistema educativo nelle sue plurali e diverse componenti: umana, culturale, economica, sociale, organizzativa….
Si tratta di un equilibrio orientato contemporaneamente allo sviluppo delle persone, della società, dell’ambiente fisico.
Una cosa è certa: cambia il ruolo e la forma della scuola in maniera integrale.


Sociologa dell’
membro CdA

___________________

* Segui questo link per  vedere il video del quarto incontro del 17 novembre 2021 e anche gli altri incontri del ciclo sulla DAD.

Related Posts