Cinzia Albanesi, docente di psicologia di all’Università di Bologna, si interroga sulla situazione delle esposte alla violenza domestica durante la pandemia e sulle (scarse) misure di protezione messe in atto, sottolineando il ruolo fondamentale delle reti di associazioni anche nel tenere vivo il tema delle .

Nell’ incipit del suo libro del 1980, che ha quasi lo stesso titolo di questa riflessione, Elena Gianini Belotti, ripercorrendo la sua storia di giovanissima lettrice di romanzi di avventura, racconta del suo disappunto quando l’ennesimo capitano della nave intrappolata nella tempesta, prossimo alla sciagura in un mare agitato, calando le scialuppe ai membri del suo equipaggio grida senza soluzione di continuità “prima le e i bambini” e “si salvi chi può”.

Anche noi, grazie al Coronavirus stiamo attraversando uno scenario agitato, popolato di eroi (i medici, in primis), nel quale si levano voci che ci invitano a salvarci dal (stando) da soli, e restando “per ultimi”, con riferimento agli anziani e all’allentamento delle misure di distanziamento. Poche voci si sono levate a protezione delle , forse qualcuna in più, ma ancora relativamente inascoltata, a protezione dei bambini. Nella retorica “istituzionale” della pandemia, non c’è troppo spazio per le . Quando Gianini Belotti scriveva, la frase “prima le e i bambini” rappresentava la sintesi di un codice morale che scambiava “oppressione” per protezione, ma oggi la stessa frase dovrebbe rappresentare un imperativo, perché la pandemia e le (scarse) misure di protezione rappresentano un rischio per le , aumentando la loro esposizione ad alcuni pericoli: violenza, violazione di , discriminazione.

 

Prima della pandemia

Si è fatto molto per tutelare le donne dalla violenza domestica nel nostro paese, nel 21esimo secolo, così come nel 20esimo altrettanto si è fatto per l’affermazione dei delle donne (il voto, il divorzio, l’interruzione volontaria di gravidanza, l’accesso alle professioni pubbliche, per menzionarne solo alcuni). Un passaggio fondamentale è rappresentato dalla Ratifica della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica nel 2013). Per uno Stato, ratificare la Convenzione significa condividere obiettivi come prevenire ed eliminare la violenza contro le donne (inclusa la violenza domestica), contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi.

L’impegno verso tali obiettivi è stato rafforzato dalla legge in materia di contrasto alla (119/2013) che ha ampliato le misure (e le risorse) a tutela delle vittime di maltrattamenti e violenza domestica, e dalla più recente introduzione del codice rosso (legge 69/2019). Il nostro paese si è dotato, in pochi anni, di un apparato normativo “forte” nel contrasto alla discriminazione e alla . Tuttavia, questo apparato non basta. A scriverlo nero su bianco, non è un manipolo di femministe arrabbiate, ma GREVIO, un organismo indipendente messo in campo dal Consiglio d’Europa per il monitoraggio e l’implementazione della Convenzione di Istanbul, che a gennaio 2020 ha pubblicato il Rapporto di Valutazione sul nostro paese (accessibile qui) che ha rilevato alcune situazioni ostative alla piena attuazione della convenzione, sia di tipo strutturale che culturale. Se da un lato infatti le leggi assicurano piena tutela alle donne che denunciano il loro aggressore, nella pratica tribunali, forze di polizia e anche un certo senso comune, difficile da eradicare, scoraggiano le donne a farsi avanti. Lo dice GREVIO, ma ne abbiamo raccolto evidenza anche in una ricerca recente con il Centro Donna di Forlì[1]: le donne vittime di violenza con minori, che si sono rivolte al Centro fra il 2014 e il 2018, individuano anche negli atteggiamenti poco supportivi un ostacolo al percorso di uscita dalla violenza. Non è difficile immaginare l’effetto che può fare su una donna vittima di stalking un commento come quello di questo operatore di polizia “ma sì, però queste non sono minacce… se facciamo tutte queste denunce, poi si passa veramente dalla parte del rompiscatole …”. GREVIO rileva, a questo proposito, che la formazione degli operatori delle istituzioni che lavorano in rete contro la violenza è insufficiente, e potrebbe avvalersi di una maggiore collaborazione tra ONG e istituzioni. Alle ONG va il merito di un impegno sistematico nel contrasto alla violenza e alla discriminazione di genere su più fronti: il sostegno alle vittime, il lavoro culturale ed educativo, l’azione di advocacy. Azioni che la pandemia rende decisamente più complicate.

 

Durante la pandemia

Da quando l’ ha dichiarato lo stato di pandemia, il nostro tempo è stato scandito dall’hastag #restate a casa. Il distanziamento fisico per le donne vittime di violenza insieme al lockdown ha creato il distanziamento sociale. Se si mette insieme l’obbligo di restare a casa e la presenza controllante di un partner violento, è palese che per le donne vengono meno le condizioni di accesso alle risorse di sostegno sociale (siano esse formali, come i centri antiviolenza o informali, il semplice qualcuno con cui parlare). Chiamereste un’amica per raccontare che qualcuno vi ha spinto dalle scale, sapendo che se chi vi ha spinto dovesse sentirvi potrebbe rifarlo ancora, e ancora e ancora? Usereste il cellulare per mandare un whatsapp, sapendo che, se veniste scoperte, le conseguenze insieme a voi potrebbero pagarle anche i vostri figli? Forse no. Infatti i dati raccolti dai centri antiviolenza (che non hanno sospeso le loro attività in tempo di pandemia) mostrano che le richieste di aiuto sono diminuite: in particolare sono calati i primi accessi (rispetto all’anno precedente di quasi il 50 %). Dati analoghi sono stati raccolti dai centri della Regione Emilia-Romagna. È una buona notizia? Non proprio, specie se si considera un altro dato: l’aumento del numero di donne che hanno richiesto ospitalità in emergenza (il 17%), che sembra invece suggerire una esacerbazione della violenza domestica, rispetto alla quale la richiesta di aiuto non è più differibile. Trovare un posto in casa rifugio, specie in tempo di pandemia, non è banale, dato che per garantire le misure di distanziamento può essere necessario ridurre il numero di posti disponibili. I problemi però non finiscono quando la donna arriva in casa rifugio, perché occorre assicurare la protezione sanitaria (guanti, mascherine, igienizzazione) e altre risorse necessarie, ad esempio quelle che consentono ai figli delle donne in casa rifugio l’accesso alla didattica a distanza (va ricordato che in base ai dati ISTAT il 65% delle vittime di violenza domestica ha figli).

Antonella Veltri, presidente di D.i.Re., in più occasioni nel mese di aprile ha sottolineato che i centri hanno fatto fronte all’emergenza in autonomia, senza il supporto delle risorse promesse dal Dipartimento per le Pari opportunità, giudicate comunque insufficienti.

Cinzia Marroccoli, responsabile del centro antiviolenza “Telefono donna” di Potenza, in un articolo su Repubblica del 24 marzo, afferma che in tempi di lockdown “le donne sono così controllate e vessate da non poter nemmeno respirare”. Ma in tempi di pandemia e di misure restrittive questa esacerbazione, quando si conclude con la morte della donna, viene misconosciuta, o meglio letta come “il dramma della convivenza forzata”. Durante la quarantena, ho preso l’abitudine di leggere almeno due quotidiani al giorno. Nel periodo dal 15 marzo – al 15 aprile 2020 (pur non avendo fatto una ricerca sistematica) ho potuto notare la quasi totale scomparsa del termine “” nelle pagine dei giornali, e un solo caso denominato come tale. Ma le donne uccise da un loro “congiunto” nei mesi di marzo e aprile 2020, sono almeno 8, come riporta il Corriere della sera in un articolo pubblicato il 27 aprile[2].

A questo si aggiunge un altro problema, denunciato dal movimento politico- rete transfemminista “Non una di meno” e da una lunga lista di associazioni (Pro-choice Rete italiana contraccezione e aborto (Pro-choice RICA), la Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’Applicazione legge 194 (LAIGA), l’Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto (AMICA), l’Associazione Vita Di Donna ONLUS), che riguarda il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. L’aborto, prestazione sanitaria indifferibile, non rientra tra quelle sospese dai decreti, ma di fatto, complice la chiusura di molte strutture sanitarie e l’alto numero di medici obiettori (il 70% dei ginecologi), non viene garantito (non solo) in tempi di pandemia, violando il diritto alla salute delle donne e la legge 194. Per questa violazione il nostro paese è già stato ammonito dall’Unione Europea[3], ma questo non ha convinto il legislatore e il , a semplificare l’accesso alle procedure di interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, o a condannare pratiche come l’obiezione di struttura (quando cioè in tempi normali la struttura ospedaliera non consente in alcuno modo alle donne di abortire).

Se tutto questo non fosse abbastanza a sottolineare che la pandemia rende l’Italia ancora meno di quanto non lo fosse prima un paese per donne, ci sono i dati dell’impegno istituzionale contro il a “rassicurarci”. La pandemia non ha assottigliato il “soffitto di vetro”, contro il quale si scontrano le carriere delle donne, e non ha portato al centro del discorso politico pubblico il tema delle pari opportunità e del lavoro femminile. Riguardo al soffitto di vetro, i numeri delle task force ministeriali per gestire l’emergenza sono più che eloquenti: 20 membri nel comitato tecnico scientifico della protezione civile, 10 membri nella commissione economica, 10 nella commissione nuove tecnologie e 9 nella commissione teleassistenza. Le donne coinvolte in tutto sono 8, di cui 1 nella commissione nuove tecnologie e 7 in quella sulla teleassistenza. Se ne sono accorti anche su Openpolis[4], che in un articolo del 29 aprile rileva che nei ruoli della catena di comando dell’emergenza Coronavirus, sia su scala locale che nazionale, le donne sono solo il 20%. Nulla di nuovo, la mancanza di parità di genere si conferma uno dei mali cronici del nostro paese. Celebriamo gli eroi del sistema sanitario nella guerra al Coronavirus, ma non le eroine, che rappresentano l’80% del personale sanitario. Siamo pronti a gettarci nella fase 2, spinti dall’esigenza di far ripartire l’economia, dimenticando che la ripartenza graverà in tanta parte sulle spalle delle donne. Sulle donne, e sulla loro quotidianità infatti, grava la maggior parte del lavoro non retribuito (che include lavoro di cura e lavoro domestico). I dati OCSE aggiornati al 2018[5] dicono che il lavoro non retribuito (o riproduttivo) occupa 301 minuti giornalieri delle donne contro i 131 degli uomini. La pandemia, anche in questo caso, non sembra essere destinata a funzionare da “livellatrice” (aldilà della retorica insopportabile del “siamo tutti sulla stessa barca”) specie se consideriamo che le scuole non riapriranno più per questo anno scolastico[6], e non ci sono indicazioni chiare e soluzioni definite per l’apertura dei centri estivi (e sono ancora parecchio nebulose le prospettive sul prossimo anno scolastico). Bonus babysitter, congedi parentali non sembrano sufficienti a coprire le esigenze di “accudimento” dei bambini. E poiché il lavoro di cura (di bambini, ma anche di anziani, e malati etc.) ricade tradizionalmente sulle donne, è facile immaginare che si dovranno fare carico di queste ulteriori esigenze di accudimento. Si potrebbe obiettare che questo potrebbe dipendere anche dal tipo di lavoro svolto dalla coppia genitoriale, ma di nuovo i dati (anche se raccolti negli USA) non ci confortano: secondo lo studio di Alon e un team di economisti[7] (2020), anche in presenza di entrambi i genitori in telelavoro, è più probabile che saranno le donne ad occuparsi di accudimento e delle altre mansioni domestiche. La situazione diventa ancora più critica per le madri single, per le quali in un paese che ha già un tasso di disoccupazione femminile tra i più alti tra i paesi OCSE (oltre il 50%), la probabilità di perdere il lavoro (se lo hanno) o parte del proprio reddito aumenta a fronte della necessità di farsi carico della cura dei propri congiunti. E poi ci sono colf e badanti, un settore occupazionale composto per l’88% da donne, di cui il 71% immigrate (Dati FILCAMS). Persone che prima della pandemia facevano un lavoro già precario, poco retribuito, poco sicuro dal punto di vista contrattuale e che oggi con la pandemia se il lavoro (e il posto dove vivere) non lo hanno perso, devono fare i conti con altri problemi come lo stigma (le potenziali untrici) e/o l’esposizione a maggiori rischi dal punto di vista sanitario.

Lilia Giugni, attivista femminista e ricercatrice presso l’Università di Cambridge, in un webinar[8] organizzato dall’associazione “Cercare la cura: giustizia sociale, , femminismo intersezionale” ha suggerito, ma non è l’unica, che per uscire dalla crisi senza che i costi della cura ricadano sull’universo femminile occorre ripensare il lavoro di cura in senso femminista, come un compito non delle donne (al quale sono state incatenate nei secoli per ragioni più culturali che biologiche) ma della . La pandemia ha messo in luce che la salute non è un bene individuale, ma collettivo, che se si “delegano” in forma esclusiva i compiti di cura a qualcuno (siano le donne o le strutture ospedaliere) c’è un rischio oggettivo che l’intero sistema collassi. Le fa eco Ilaria Camplone, medico responsabile dell’assistenza di base nel Dipartimento di Cure Primarie della Azienda USL di Bologna e coordinatrice di una delle Unità Speciali di Continuità Assistenziale (), che si occupano di contrastare il sul , che in una recente intervista pubblicata su questo blog[9], afferma che solo attraverso le reti territoriali si può consentire una reale vicinanza ai bisogni di salute.

Le reti (locali, nazionali, trasnazionali) delle attiviste e delle ONG, ma anche dei movimenti, delle associazioni di volontariato, e di quelle professionali, hanno già mostrato, in questi mesi di lockdown, questa capacità di vicinanza e di risposta. Sono le associazioni che hanno promosso campagne di sensibilizzazione sul diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (es. il canale Telegram SOS ABORTO_COVID-19 attivato da Una di meno), sono le reti dei centri antiviolenza che hanno creato l’hashtag #noicisiamo per segnalare la loro presenza; è attraverso l’azione di reti transnazionali tra attori diversi (incluse le associazioni professionali) che le farmacie in molti paesi europei hanno adottato una parola d’ordine – in Italia mascherina19 o mascherina1522 – per aiutare le donne a chiedere aiuto in modo sicuro. È attraverso la rete Internet che sono stati aperti luoghi (virtuali) per costruire una narrazione collettiva su come le donne vivono il lockdown che possono diventare una occasione di resilienza prima e di empowerment poi (#iorestoacasama, un’altra campagna di Non una di meno).

Se c’è qualcosa di “buono” che la pandemia potrebbe avere reso evidente, anche a chi solitamente non naviga i territori della psicologia di [10], è l’importanza delle reti e dei sistemi di solidarietà per fronteggiare la crisi, per promuovere salute e benessere, e più in là, magari per innovare i sistemi di cura e di welfare, e -si potrebbe azzardare persino -, anche i sistemi di convivenza e di produzione. Queste reti, anche in tempi di , nelle loro configurazioni a geometrie variabili, hanno dato risposte che hanno aiutato, sorpreso, mitigato l’impatto del distanziamento (fisico e sociale); qualche volta “hanno mezzo una pezza” sulle disfunzioni del sistema, altre volte l’hanno tolta, segnalandone l’insostenibilità. Non so se queste reti sono la soluzione, ma sono abbastanza sicura che nelle reti, nella riappropriazione delle dimensioni comunitarie dell’esistenza, nella reciprocità della cura, e nell’ascolto si possano costruire scenari di convivenza, fatti di mosaici di prossimità, che sapranno andare oltre quelli attuali.

E magari in questi scenari di convivenza non avremo più bisogno di chiederci se vengono prima le donne o i bambini (o gli anziani, o le migranti etc. etc.), perché avremo contezza del fatto che nessuno si salva da solo, e qualche volta si può anche “venire prima” tutti insieme. Ma tutto questo non accadrà “magicamente”. Sono necessarie azioni di ripensamento (del sistema di cura e di convivenza), di riequilibrio (degli stili di vita, della distribuzione delle risorse), di riconoscimento (dell’alterità, delle disuguaglianze, dei ). Nei movimenti femministi e transfemministi, nelle associazioni ambientaliste, tali azioni sono in corso (da tempo). Forse è tempo di riconoscerne il potenziale e usarlo per costruire l’agenda politica, se vogliamo che il post-emergenza sia l’occasione per andare avanti e non per tornare indietro. Se non ora, quando?

Cinzia Albanesi

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Cinzia Albanesi, docente di Psicologia di , Coordinatrice della Laurea Magistrale in Psicologia Scolastica e di , Presidente ECPA (European Community Psychology Association) e membro del Board di EASLHE (European Association of Service-Learning in Higher Education) e del CSGE Centro Studi sul Genere e l’ dell’Università di Bologna.

* Una versione estesa del presente contributo è in pubblicazione su “La Camera Blu. Rivista di studi di Genere”, in un numero speciale dedicato alla Violenza contro le donne nell’emergenza COVID-19 curato da G. Troisi.

 

[1] Grandi S., Albanesi,C. Tomasetto C, Guardabassi V. (2018) Azioni di potenziamento di empowerment alle donne vittime di violenza e ai loro figli in partnership con la rete dei servizi territoriali del comprensorio forlivese. Rapporto di ricerca non pubblicato, Dipartimento di Psicologia, Università di Bologna.

[2] https://www.corriere.it/cronache/cards/lorena-alessandra-gina-irina-irma-barbara-viviana-bruna-otto-femminicidi-giorni-coronavirus/da-quel-21-febbraio_principale.shtml

[3] Muratori C., Di Tommaso M.L. (2020) I segni della crisi sui corpi delle donne In Genere.

[4] Openpolis: https://www.openpolis.it/numeri/emergenza-covid19-solo-il-20-di-donne-nei-ruoli-chiave/

[5] OECD, Balancing paid work, unpaid work and leisure

[6] La chiusura delle scuole, e la “necessaria” riorganizzazione dell’attività educativa ipotizzabile per il prossimo anno scolastico, potrebbe mettere in stand-by – se non di cancellare del tutto – i di contrasto agli stereotipi di genere, vanificando l’impegno di una vasta comunità di operatori e operatrici, e organizzazioni del terzo settore, verso uno degli obiettivi chiave della convenzione di Istanbul. Ci si può aspettare, infatti, che la necessità di “recuperare” il tempo (perso) e i contenuti (non svolti) del programma, insieme all’enfasi (specie) della scuola secondaria sulla valutazione, possano essere usate per lasciare fuori dalla scuola le questioni di genere, che in molti casi rappresentano ancora un tema molto controverso.

[7] Alon, T. M., Doepke, M., Olmstead-Rumsey, J., & Tertilt, M. (2020). The impact of COVID-19 on gender equality (No. w26947). National Bureau of Economic Research, USA).

[8] Il webinar può essere visto qui

[9] “Ripensare la medicina territoriale con una strategia di lavoro di rete”, intervista a Ilaria Camplone

[10] Zani, B. (2012). Psicologia di comunità. Prospettive, idee, metodi. Roma: Carocci.

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