Il progetto Giovani Protagonisti, promosso dall’Ufficio della Pastorale Scolastica e dal Tavolo delle Dipendenze diocesani, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale e la Regione Emilia-Romagna, rappresenta da alcuni anni un esempio importante di una metodologia di intervento nelle scuole superiori, basata sulla convinzione che favorire il protagonismo dei ragazzi sia la miglior forma di prevenzione del disagio e dei conseguenti comportamenti a rischio.

Giunto alla 4°edizione, il progetto, che ha coinvolto studenti/esse delle classi terze di cinque istituti cittadini, è stato monitorato dall’Istituzione Minguzzi: viene qui riportata la sintesi dell’analisi compiuta coi ragazzi/e dell’Istituto Belluzzi-Fioravanti, che ha fatto emergere spunti interessanti di riflessione e di idee, su cui proseguire il percorso insieme agli educatori e ai docenti interessati.

Nota metodologica

Il lavoro di monitoraggio del progetto Giovani Protagonisti, realizzato all’Istituto Belluzzi-Fioravanti, di cui qui si riporta la sintesi[1], si è basato su due strumenti: 1. un questionario semi strutturato, rivolto a tutti gli studenti[2] delle classi terze, per analizzare la soddisfazione rispetto al progetto, il significato dell’essere protagonisti, il rapporto tra mondo interno e mondo esterno, la dimensione spirituale; 2. due focus group con un numero limitato di partecipanti, per approfondire in modo qualitativo il significato del progetto, condizioni ed ostacoli al protagonismo giovanile, la violenza giovanile, le pressioni delle aspettative del mondo adulto.

Il questionario online, costruito dalle autrici dell’indagine in stretto raccordo con le referenti di progetto della Diocesi, è stato inviato (sotto forma di link e QR Code) alla docente referente e inoltrato ai coordinatori di classe. Campione: su 12 classi di terza (9 del tecnico e 3 del professionale), per un totale di 305 ragazzi, vi sono stati 245 accessi, ma solo 175 questionari (pari al 57,3% di copertura) sono risultati validi. Si tratta di ragazzi maschi (86%) (in linea con la composizione per genere dell’Istituto Belluzzi-Fioravanti), di cittadinanza italiana (76%). Da notare una percentuale sia pure bassa (tra il 6 e il 9%) che ha dichiarato “preferisco non rispondere”, rivelando qualche difficoltà a riconoscersi nelle categorie dominanti (per il genere) o nell’appartenenza identitaria a una cultura specifica (per quanto riguarda la cittadinanza).

Solo una quota minoritaria dei ragazzi (14%) è impegnata in organizzazioni in cui si discute o si fanno attività sociali.

Focus group: sono stati realizzati 2 focus group, di due ore ciascuno, che hanno coinvolto complessivamente 23 studenti (di cui solo 2 ragazze)[3].

Principali temi emersi

I dati emersi sia dai questionari che dai focus sono stati raggruppati in 4 aree tematiche.

1° area: Valutazione del progetto “Giovani Protagonisti”

Dai dati del questionario emerge che, nella maggioranza dei casi, gli argomenti trattati hanno soddisfatto gli interessi dei ragazzi, anche se alcuni temi sono rimasti fuori dalla discussione (per es. educazione sessuale, omosessualità), mentre altri, sebbene trattati (per es. emozioni, problemi della scuola, questioni di attualità/politica), per il livello di complessità avrebbero forse richiesto tempi più lunghi di approfondimento.

I ragazzi si sono sentiti positivamente sostenuti, sia dagli educatori sia dai compagni di classe, nell’esprimere il proprio pensiero e ritengono che il progetto sia stato “abbastanza” utile per l’acquisizione di alcune soft skills.

Complessivamente, esprimono una valutazione positiva rispetto all’esperienza del progetto, con un punteggio medio di 3,3 (superiore alla media della scala di valutazione, pari a 3), inoltre la maggior parte (72%) desidererebbe continuare il progetto anche l’anno prossimo e il 74% lo consiglierebbe alle prossime classi terze. Le ipotesi di estendere le modalità di discussione sperimentate negli incontri dedicati al progetto anche alle lezioni curriculari e di inserire stabilmente “Giovani protagonisti” nella programmazione scolastica incontrano il favore degli studenti, con valori medi anch’essi superiori a 3.

Meno positiva, invece – e forse su questo aspetto occorre lavorare – risulta la percezione della scuola come agenzia educativa in grado di “favorire la crescita dei ragazzi in quanto persone, e non solo come studenti” (media = 2,7).

Dai focus emerge un giudizio più articolato rispetto alle attività del progetto e una discrepanza nelle esperienze vissute dai ragazzi: alcuni hanno apprezzato l’intento del progetto di dare loro voce e possibilità di conoscersi meglio e ne danno un giudizio positivo, tanto da consigliarlo per le future classi terze. Dicono anche che il progetto è uno strumento utile in grado di fare da “ponte” tra il contesto scolastico e la vita extrascolastica, pur necessitando di una migliore gestione della partecipazione. Altri invece hanno espresso qualche perplessità sull’approccio degli educatori e sottolineato aspetti critici, anche di tipo logistico (difficoltà a mantenere l’attenzione in classi numerose e chiassose), che hanno fatto percepire gli interventi come poco stimolanti e calati dall’alto. Il loro suggerimento è di ridurre i momenti di attività ludiche a favore di azioni più concrete, meglio organizzate, in cui venga spiegato chiaramente il senso dei vari step del percorso in relazione agli obiettivi complessivi.

2° area: Il “protagonismo”: significato e motivazioni

Alle domande del questionario sull’importanza di essere protagonisti e le relative motivazioni, i ragazzi – a sorpresa, essendo una domanda aperta – hanno risposto in modo ricco e articolato. I contenuti espressi mettono in rilievo come “essere protagonisti” sia utile per sentirsi al centro della propria vita, avere un ruolo, trovare la propria strada; per sviluppare il pensiero critico e avere maggiore consapevolezza (di sé, di ciò che si vuole diventare, e di ciò che ci circonda); per crescere come persone, migliorando fin d’ora la capacità di affrontare i problemi; per diventare più responsabili e autonomi nelle decisioni; per il proprio benessere, per rafforzare la propria autostima, per valorizzarsi.

Chi invece (quasi il 30%) afferma che NON è importante essere protagonisti, porta motivazioni che si fondano su un’interpretazione diversa, e in parte negativa, del protagonismo, inteso come individualismo, narcisismo, ricerca della visibilità, che finisce per ostacolare la solidarietà, l’attenzione agli altri, la capacità di sviluppare una visione più ampia che vada oltre il personale. I ragazzi rivendicano, quindi, anche la possibilità di scegliere di non essere protagonisti, interpretando la richiesta come un’imposizione, un “dover essere” che rifiutano (perchè non si sentono ancora abbastanza maturi per assumersi questa responsabilità).

Tra le condizioni che favoriscono il protagonismo, i ragazzi evidenziano soprattutto la sicurezza e la consapevolezza di sé, il saper esprimere le proprie idee e il poterlo fare in un ambiente non giudicante; l’essere ascoltati, godere della fiducia degli amici e del mondo adulto; poter assumere decisioni; realizzare i propri obiettivi. Specularmente, i fattori che ostacolano il protagonismo sono da rintracciare nelle caratteristiche del mondo adulto, nell’incapacità di ascoltare, nel pregiudizio, nelle problematiche personali (insicurezza, difficoltà ad esprimersi, paura del giudizio, ansia, solitudine, isolamento, esclusione) e nel contesto culturale e sociale. La scuola, parimenti, è menzionata come attore che può favorire il protagonismo, ma anche ostacolarlo.

Quanto al significato di essere “protagonisti”, i risultati dei focus hanno confermato l’importanza, per i ragazzi, di usufruire di momenti in cui potersi esprimere liberamente, poter scegliere i temi da approfondire e avere voce su problemi reali della scuola e/o dei contesti di vita. Un altro aspetto del “protagonismo” riguarda il mondo del lavoro: alcuni dichiarano di sentirsi particolarmente motivati nella costruzione della propria identità professionale (in linea con gli studi tecnici sostenuti), in vista di ruoli specializzati e/o di responsabilità.

3° area: Rapporto mondo interno – mondo esterno

Rispetto alla sezione che abbiamo chiamato “mondo interno – mondo esterno”, le domande del questionario vertevano soprattutto sulla gestione delle emozioni, in particolare rispetto ai recenti episodi di violenza giovanile. Gli stati d’animo prevalenti di fronte a tali avvenimenti sono, da un lato, tristezza e dolore (citati, in totale, dal 63% dei giovani), e, dall’altro, rabbia e aggressività, che sommate riguardano il 48% degli studenti (ma sappiamo che sul piano psicologico i due poli sono connessi: la rabbia permette di espellere al di fuori di sé il dolore psichico attraverso l’atto aggressivo; nella depressione la rabbia è introvertita). Il 24% sperimenta frustrazione, il 20% paura, il 14% impotenza, il 12% ansia. Da non sottovalutare, poi, il 20% che dichiara di provare indifferenza, uno stato affettivo di apparente distacco emotivo la cui funzione difensiva consente di controllare gli stimoli provenienti dall’esterno evitando di esporsi alla frustrazione. La fragilità e la scarsa capacità di far fronte al dolore psichico – evidenziata ormai da tutti coloro che, a vario titolo, si occupano della salute di questa generazione di adolescenti – è un segnale che non può essere trascurato se si vuole provare a intervenire, anche in un’ottica preventiva, sui comportamenti problematici di adolescenti e giovani.

Nella percezione dei ragazzi, la capacità di gestire indifferenza, aggressività, paura, tristezza, impotenza e rabbia è tutto sommato soddisfacente (punteggio medio superiore a 3), mentre leggermente più problematiche sono quelle situazioni (relazionali/sociali) in cui sperimentano imbarazzo e/o ansia. Amici e familiari rimangono il pilastro a cui si rivolgono quando avvertono di essere in difficoltà; mentre il ruolo di figure come psicologi/psicoterapeuti, allenatori e guide spirituali risulta piuttosto marginale.

Il tema della violenza giovanile e della sicurezza, esplorato nei focus, ha suscitato una vivace discussione: i ragazzi si sentono sicuri a scuola, ma non in città, o almeno in certi luoghi cittadini che vengono perciò evitati (specie le ragazze): ci si muove in compagnia, in piccoli gruppi di amici. Talvolta – riferiscono – andare in giro muniti di coltello è un modo per sentirsi più sicuri. Tuttavia, ritengono che la diffusione dei coltelli tra i giovani e gli episodi di violenza siano l’espressione di un problema essenzialmente sociale, legato alle diverse forme di povertà (educativa, socio-economica), alla mancanza di strumenti educativi e di ascolto da parte degli adulti. In quest’ottica, oltre a stigmatizzare il mondo dei media per la “criminalizzazione” di una generazione (mentre i comportamenti riguardano una minoranza), i ragazzi esprimono forti critiche nei confronti dei metodi repressivi che puntano a punire il singolo, così come della proposta di introdurre i metal detector nelle scuole (considerati inefficaci, poiché non incidono sulle cause della violenza). Particolarmente interessanti sono le soluzioni proposte dai ragazzi: ad esempio, si sottolinea la necessità di affrontare in classe i fatti di cronaca, anche quelli più dolorosi, come la morte violenta di un compagno; l’importanza che gli adulti siano in grado di intercettare precocemente i segnali di disagio degli studenti; la possibilità di usufruire di un sostegno da parte di figure professionali qualificate (pur precisando che non deve necessariamente essere lo “psicologo scolastico tradizionale”).

Rispetto alle aspettative degli adulti, un po’ a sorpresa, i ragazzi partecipanti ai focus ci hanno raccontato di vivere in un clima familiare e scolastico dove le aspettative dei genitori (e, in misura minore, dei docenti), soprattutto rispetto al rendimento scolastico, sono presenti, ma non percepite come asfissianti: infatti, sono filtrate attraverso una buona consapevolezza di sé, grazie alla quale la pressione esterna viene interiorizzata e trasformata in motivazione volta a raggiungere obiettivi autonomi per la propria crescita. Sono obiettivi che consistono nel ricambiare i genitori delle fatiche sostenute, dando loro delle soddisfazioni, “facendo quello che loro non hanno avuto l’opportunità di fare”, ma facendolo “senza stressarsi”. Da notare che, in caso di difficoltà, sono il dialogo con i genitori o il supporto degli amici ad essere considerati i canali principali per gestire le situazioni critiche, prima ancora di ricorrere ad aiuti di persone qualificate. Viceversa, lo sport – soprattutto quello praticato a livello agonistico – rappresenta il principale terreno di confronto con il successo e la prestazione: se da un lato costituisce un fattore di crescita, soprattutto in presenza di allenatori con capacità educative, dall’altro l’ambiente estremamente competitivo e orientato al risultato è generatore di intense aspettative, pressioni emotive, stress.

4° area: La dimensione spirituale

Il concetto di “spiritualità” (esplorato nel questionario) è associato all’idea di un percorso individuale di crescita interiore (40% dei soggetti), alla ricerca del significato della vita (23%), al raggiungimento di una maggiore consapevolezza di sé (22%), ovvero aspetti legati allo sviluppo dell’essere umano nella sua dimensione (e nel suo cammino) esistenziale. Solo una quota minoritaria di ragazzi identifica nella fede e/o nella dottrina religiosa il significato del concetto (adesione a credenze religiose 17%; partecipare a funzioni religiose ed essere in relazione con un’entità superiore/divina meno del 10%) Sebbene la dimensione spirituale rappresenti un elemento “abbastanza” importante nella loro vita (media = 3), alla domanda che esplorava le priorità esistenziali (“Per quali motivi vale la pena vivere”) sono emersi la realizzazione di se stessi e l’essere in pace con la propria coscienza (punteggi medi pari o superiori a 4, i più alti di tutto il questionario), mentre mettere in pratica gli insegnamenti della propria religione risulta agli ultimi posti dell’elenco. I ragazzi valutano molto importante anche avere un lavoro soddisfacente, coltivare relazioni di amicizia e/o di amore, formare una famiglia, aiutare gli altri. Sopra la media sono risultati anche fare soldi e raggiungere il successo/potere (ma NON l’essere popolari/influencer, all’ultimo posto della classifica). Invece combattere le ingiustizie non è in cima alle priorità dei ragazzi (pur ottenendo un punteggio superiore a 3): forse è un segno della sfiducia di poter incidere concretamente nel cambiamento degli assetti socio-economici? O è segno di quell’indifferenza che rischia di tradursi in comportamenti di disimpegno?

E adesso, che fare?

Nonostante alcune criticità di tipo organizzativo-logistico, facilmente superabili, riteniamo che i risultati del questionario e dei focus group possano offrire spunti di riflessione utili per affinare il progetto e renderlo sempre più rispondente ai bisogni e agli interessi degli studenti.

Quali messaggi degli studenti possiamo “portarci a casa”?

a – la valutazione positiva del progetto, basata sulla sperimentazione di un metodo di lavoro orientato all’ascolto e a favorire lo sviluppo di abilità personali richiede l’inserimento del progetto all’interno del percorso formativo della scuola (da leggere insieme alla valutazione meno positiva espressa sul ruolo della scuola nell’aiutare i ragazzi a crescere come persone e non solo come studenti): quindi occorre rafforzare un’alleanza educativa tra scuola e altri attori sociali;

b – approfondire la riflessione, come adulti, sulle condizioni che favoriscono e ostacolano il protagonismo dei giovani: i ragazzi chiedono di avere spazi (non solo fisici) all’interno della scuola e momenti in cui potersi esprimere liberamente, discutere gli argomenti da loro scelti e avere voce su problemi reali della scuola e/o dei contesti di vita;

c – prendere in seria considerazione la richiesta, anche implicita, di aiuto per la gestione di emozioni di fronte ai fatti violenti del contesto quotidiano, che spaziano dalla tristezza + dolore (63%) alla rabbia mista alla aggressività (48%). Come controllare queste emozioni, ma anche come poterle esprimere? I loro punti di riferimento sono amici e famiglia, ma non viene sottovalutato anche l’aiuto più “professionale” e qualificato. Di fronte alla violenza non servono metodi repressivi, ma si dovrebbero affrontare in classe gli avvenimenti di cronaca, anche quelli più dolorosi, con adulti capaci di intercettare precocemente i segnali di disagio e di intervenire, in un’ottica preventiva, sui comportamenti problematici di adolescenti e giovani.

d – le basse aspettative di genitori e docenti: ci si può chiedere se queste basse aspettative sono peculiari allo specifico contesto scolastico (di istituto tecnico professionale). Non ci si aspetta molto da questi ragazzi: questa è una buona notizia (= non c’è ansia da prestazione), oppure è il segno di una valutazione sociale che li relega in serie B?

e – la dimensione spirituale, concetto arduo da esplorare, ricopre una importanza non particolarmente alta nella vita dei ragazzi: viene considerata soprattutto un percorso individuale di crescita interiore, non collegata all’adesione a credenze religiose o alla partecipazione a funzioni religiose, ma i motivi per cui “vale la pena vivere” sono numerosi e molto chiari, centrati sulla realizzazione di sé, ma anche sul coltivare relazioni di amicizia/amore.

Ultima (last but not least) avvertenza: concludiamo ribadendo l’importanza di dare seguito alle richieste dei ragazzi (cioè realizzare le proposte elaborate durante il percorso del progetto), in modo che l’ascolto delle loro esigenze e desideri non rimanga un’azione retorica, ma venga preso in seria considerazione dal mondo scolastico e degli adulti, con l’impegno di dare risposte concrete.

Bruna Zani e Elisabetta Mandrioli,
Istituzione Gian Franco Minguzzi,
Città metropolitana di Bologna

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NOTE

  1. All’ente committente sono stati consegnati due Report dettagliati: uno con i risultati dei focus group e uno con quelli del questionario online. La sintesi del Monitoraggio qui riportata è ripresa dall’opuscolo distribuito durante la presentazione del progetto il 5 maggio 2026 nell’aula magna della Curia di Bologna.
  2. Per evitare reduplicazioni e rendere la lettura più scorrevole, viene utilizzato il maschile plurale come genere grammaticale non marcato (onnicomprensivo e includente i diversi generi).
  3. I ragazzi che hanno preso parte ai focus group sono stati individuati dalla docente responsabile del progetto (2 studenti per ogni classe terza, 12 ragazzi per ciascun focus; nel primo focus uno studente era assente), ai quali era stato richiesto di farsi “portavoce” della propria classe rispetto agli argomenti previsti dai focus.