Ospitiamo la recensione ad un libro molto interessante e prezioso “Reabilitar: uma perspectiva basagliana” (Riabilitare: una prospettiva basagliana) uscito da pochi mesi, a cura di Maria Stella Brandão Goulart, con il contributo di autori italiani e brasiliani. E’ un’opera collettanea, scritta in portoghese (e quindi di non facile accesso per molti), ma che invitiamo a considerare perché affronta un tema cruciale per il discorso sulla salute mentale, in Italia come nel resto del mondo: cosa significa parlare di “riabilitazione” oggi, nei suoi molteplici aspetti, nel solco della tradizione basagliana ma con attenzione alle sfide presenti nei contesti storici e culturali attuali. Nel volume si riportano anche gli esiti di una ricerca partecipata sulle diverse esperienze e politiche di salute mentale nelle realtà di Bologna e di Belo Horizonte. Altre motivazioni alla lettura di questo volume sono discusse nel commento accurato e competente di Thelma Velôso, qui riportato.
Il volume Reabilitar: uma perspectiva basagliana’ (‘Riabilitare: una prospettiva basagliana) (a cura di Maria Stella Brandão Goulart) pubblicato in Brasile nel 2024, nell’anno in cui si celebra il centenario della nascita di Franco Basaglia, psichiatra riconosciuto a livello mondiale per essere stato uno dei più importanti riferimenti della Psichiatria Democratica italiana – psichiatria che sostiene la Riforma Psichiatrica brasiliana – è rilevante non solo per il tema proposto, cioè la ‘riabilitazione in salute mentale’ e i contributi del lascito basagliano, ma anche perché viene pubblicato in un momento politico e ideologico in cui, come in Brasile, il movimento controriformista guadagna forza ed espansione, nonostante la resistenza del movimento anti manicomiale. Questo volume collettaneo, tra gli altri aspetti, ci invita a pensare: in sostanza, cosa significa “riabilitare”? Ci invita anche a riflettere sulla nostra pratica nel campo della salute mentale e, soprattutto, sul nostro impegno verso la ‘deistituzionalizzazione’, non solo in Brasile, ma anche in Italia e nel mondo.
Il volume comprende sei capitoli – tre scritti da brasiliani, due da italiani e uno scritto da brasiliani e italiani, pubblicati in lingua portoghese. La prefazione – ‘Uma contribuição à luta anti-institucional’ (Contributo alla lotta anti-istituzionale)– scritta da Luca Negrogno e Delia Da Mosto (pubblicata in italiano e portoghese), nel presentare la proposta del libro, evidenzia questioni importanti come le differenze tra i percorsi intrapresi dalla proposta basagliana in Italia e in Brasile. L’effervescenza delle idee basagliane in Brasile contrasta con il percorso intrapreso in Italia, dicono gli autori, secondo cui in Italia, “privati della maggior parte dei loro ancoraggi reali, i contenuti basagliani hanno svolto funzioni meramente compensatorie, ideologiche o consolatorie”. In questo modo, il concetto di ‘riabilitazione’, mentre in Italia è “schiacciato su articolazioni oggettivistiche e tendenzialmente sanitarizzanti”, sia perché focalizza aspetti organici “dei deficit dell’utenza”, sia perché enfatizza l’organizzazione territoriale del servizio, acquisisce, in Brasile, un altro senso, cioè “la poliedricità e la complessità che derivano dall’assumere come contraddizione aperta il rapporto irrisolto tra tecnica e politica.” Secondo gli autori, questo volume, soprattutto una riflessione sulle pratiche, è il risultato di un dialogo e cooperazione proficui tra Italia e Brasile e rivela l’avanzamento delle idee e pratiche ‘de-istituzionalizzanti’ in Brasile.
Nella presentazione, Maria Stella Brandão Goulart, curatrice del volume, spiega la scelta del termine ‘riabilitazione’, rispetto ad altri, come inclusione o abilitazione. Questa scelta è stata fatta considerando l’uso frequente del termine nel discorso psichiatrico, senza perdere di vista, evidentemente, in modo critico, le sue interfacce. Riferendosi ad autori come Benedetto Saraceno, avvicina il concetto di deistituzionalizzazione al concetto di riabilitazione. Nel portare la prospettiva basagliana, di Franco e Franca Basaglia, e invitandoci a riprendere il paradigma della deistituzionalizzazione in questa prospettiva, ci ricorda che non serve abbandonare il termine ‘riabilitazione’ se la pratica punta in un’altra direzione, cioè se il ‘discorso manicomiale’ ancora si fa “sentire” nella teoria e nella pratica. Sottolinea inoltre che questo volume – frutto di incontri, partnership e ricerche nel campo della Psichiatria Democratica, della Psicologia Sociale critica e della Psicologia di comunità – intende anche rafforzare gli sforzi realizzati in Brasile per mantenere in movimento la prospettiva della deistituzionalizzazione, nonostante le numerose difficoltà e sfide.
Nel primo capitolo, ‘Basaglia e a reabilitação “social”(Basaglia e la riabilitazione “sociale”) Maria Stella Brandão Goulart ripercorre l’opera di Franco e Franca Basaglia relativa, in particolare, al concetto di riabilitazione. Parte da alcune pubblicazioni degli autori tra gli anni 1960 e 1970 – soprattutto le opere legate alla cosiddetta quarta fase dell’opera basagliana – in cui la riabilitazione è pensata ‘fuori dalle mura del manicomio’. La revisione fatta dall’autrice contempla una riflessione focalizzata sui seguenti aspetti: 1- la relazione tra la violenza istituzionale e i manicomi, la “fase di apertura al mondo esterno” e dell’incontro con altre aspettative; 2- la violenza psichiatrica e la cosiddetta ‘ideologia di ricambio’ – l’attenzione alle ideologie che producono effetti psichiatrizzanti e psicologizzanti e la costruzione di un modello vissuto, riflettuto criticamente e che parta da principi antiistituzionali; 3- il posto che il soggetto in sofferenza psichica e gli operatori occupano, le possibili relazioni tra i due e l’impegno e le sfide che devono derivare dalla pratica professionale; 4- la costruzione degli spazi anti-istituzionali, le cosiddette “porte aperte” (“l’apertura di tutte e ciascuna delle porte, concrete e metaforiche, interne ed esterne ai manicomi”), cioè i dispositivi costruiti per sostenere il processo di inclusione sociale. Infine, a partire da una attenta revisione della letteratura, l’autrice conclude che la definizione di riabilitazione nell’opera basagliana non si limita a un insieme di tecniche e strategie che mirano a migliorare le relazioni stabilite tra gli utenti e il territorio, ma si riferisce a una trasformazione della società stessa, includendo tutte le persone, poiché siamo tutti colpiti “dalla trama di produzione di sofferenza mentale”, il che significa affermare il “diritto di esistenza al di là delle polarizzazioni imposte dal regime di normalità”.
Nel secondo capitolo, ‘Reabilitação psicossocial: uma revisão na perspectiva basagliana’ (Riabilitazione psicosociale: una revisione nella prospettiva basagliana), Ernesto Venturini, partendo dai recenti orientamenti terapeutici nel campo della Psichiatria e della Psicologia (Empowerment, Recovery, Dialogo Aperto, Uditori di Voci…) propone di considerare il pensiero che modella ciascuno di questi orientamenti e le ragioni storiche e sociali che hanno dato forma alla loro comparsa, consolidamento ed evoluzione. Ci avverte che la società attuale ci invita a consumare incessantemente novità e si chiede se queste modalità terapeutiche rappresentano ciò che Franco e Franca Basaglia difendevano o se non sono ‘ideologie di ricambio’ che mascherano il fallimento della psichiatria tradizionale. L’autore non disconosce la rilevanza di queste modalità, si preoccupa di come vengono utilizzate. Per raggiungere gli obiettivi che si propone e rispondere alle domande che si pone, traccia un percorso che inizia riflettendo sul termine ‘paradigma’. Si occupa dell’origine del termine in Kuhn e, in seguito, dell’“antico paradigma della psichiatria” e del cambiamento di questo paradigma con il “nuovo paradigma” coniato a Gorizia e Trieste. Sottolinea che questo cambiamento di paradigma non può essere confuso con ‘deospedalizzazione’, che la forza del ‘nuovo paradigma’ sta nel “pensare la pazzia e affrontare la sofferenza mentale nella pratica”. E’ attento anche all’uso ideologico e improprio del termine ‘nuovo paradigma’ nel campo della salute mentale, sostenendo che non tutte le nuove teorie e pratiche sono produttrici di un nuovo paradigma. Tra gli altri aspetti, questo capitolo contribuisce notevolmente a una riflessione sul termine ‘riabilitazione’ confrontandolo con il termine ‘abilitazione’ che, secondo l’autore, sarebbe più appropriato, poiché usando questo termine non si parte da una mancanza, ma da una potenzialità ancora inesplorata. Contrappone ancora il termine ‘riabilitazione psichiatrica/medica’ a ‘riabilitazione psicosociale’. Conclude parlando delle difficoltà e delle sfide, si chiede se c’è stato realmente un cambiamento di paradigma e ci invita a riflettere sul termine ‘abilitazione psicosociale’. Propone, inoltre, una riflessione importante sottolineando che non esiste questa “abilitazione” se non c’è una partecipazione attiva dell’utente e che “una strategia di abilitazione psicosociale” deve basarsi, soprattutto, “sull’abilitazione delle istituzioni di riabilitazione”.
Nel terzo capitolo ‘Empowerment: análise de um conceito central’ (‘Empowerment: analisi di un concetto centrale’), Bruna Zani analizza questo concetto nell’ambito della letteratura scientifica. Dialoga con vari autori, tra cui Rappaport, Zimmerman, Mechanic, Perkins…, sottolineando che il concetto è utilizzato considerando aspetti individuali, ma anche sociali e comunitari. In questo percorso, richiama l’attenzione sui livelli e componenti dell’empowerment, evidenziando gli aspetti relativi all’empowerment psicologico/individuale, sociale o comunitario e organizzativo. Successivamente si occupa delle aree di applicazione del concetto e ne sottolinea l’uso nelle politiche sociali e nel campo della salute. In specifico, l’empowerment è basato sui concetti di potere e partecipazione, in cui potere è inteso come “capacità di fare”. Sottolinea, inoltre, che nella letteratura prodotta da autori latinoamericani vi è un’enfasi sulla struttura relazionale del potere. La meticolosa revisione della letteratura realizzata dall’autrice comprende anche una discussione centrata sulle critiche fatte al concetto di empowerment. Conclude affermando che vi è poca produzione teorica sul livello macro e sull’interazione tra i livelli, e che il livello sociale e comunitario è stato poco privilegiato. Afferma anche che è necessaria un’analisi più approfondita su come si sviluppa l’empowerment (come inizia, come si mantiene) e come l’oppressione e l’empowerment si relazionano in diversi contesti e gruppi di età. Sebbene non faccia riferimento all’opera basagliana, la revisione della letteratura fatta dall’autrice contribuisce a una comprensione del concetto di riabilitazione sociale proposto in questo volume.
Il quarto capitolo, ‘Arte-cultura na desconstrução do paradigma psiquiátrico: participação social e modos de resistência na reforma psiquiátrica’ (Arte-cultura nella decostruzione del paradigma psichiatrico: partecipazione sociale e modi di resistenza nella riforma psichiatrica), di Eduardo Henrique Guimarães Torre e Paulo Duarte de Carvalho Amarante, si occupa delle pratiche e dei saperi della riforma psichiatrica brasiliana prodotti nel campo artistico-culturale. Gli autori affermano che queste pratiche si stanno consolidando in Brasile come una possibilità non solo di modificare l’immaginario sociale sulla pazzia, ma anche come spazio di esercizio dell’autonomia e protagonismo degli utenti della salute mentale. Queste pratiche contribuiscono a “ripensare le politiche di salute mentale”, i concetti di normalità e diversità e a “creare nuovi modi di resistenza al potere psichiatrico e ai processi di patologizzazione, medicalizzazione e psichiatrizzazione sociale”. Collegate al movimento anti-manicomiale, queste produzioni costruiscono un “nuovo luogo sociale per la pazzia”, affermano gli autori. Occupandosi del movimento anti-manicomiale in Brasile, sottolineano che la riforma psichiatrica brasiliana è caratterizzata da una forte partecipazione sociale e “mobilitazione dei movimenti sociali intorno alla lotta anti-manicomiale” ispirata al lascito italiano. Affermano che le produzioni narrative e iconografiche sono state numerose e attestano il progresso e il consolidamento del movimento, sebbene minacciato, negli ultimi anni, da “interessi ultraliberali e autoritari”. Sottolineano anche la creazione delle associazioni di familiari e utenti, dei gruppi artistici e di economia solidale, delle cooperative e altri spazi collettivi, oltre ai servizi sostitutivi all’ospedale psichiatrico, all’implementazione di benefici, ai progressi nel campo giuridico-politico, al dibattito di questioni trasversali (lavoro, abitazione, genere…), alle Conferenze Nazionali di Salute Mentale e agli eventi realizzati dall’Associazione Brasiliana di Salute Mentale (ABRASME). Gli autori costruiscono un panorama dettagliato in cui caratterizzano e contestualizzano i progressi ottenuti e consolidati dalla Riforma psichiatrica brasiliana. Occupandosi della dimensione socioculturale – obiettivo principale del capitolo – illustrano i diversi progetti, eventi, esposizioni, presentazioni, manifestazioni e atti politici realizzati, oltre ai musei esistenti, come il Museo delle Immagini dell’Inconscio a Rio de Janeiro, creato in un vecchio ospedale psichiatrico e che si è recentemente trasformato nel Parco Nise da Silveira, con numerose attività. Gli autori difendono l’idea che questi spazi contribuiscano a cambiamenti soggettivi nella misura in cui gli utenti iniziano a riconoscersi come soggetti capaci di protagosnismo di “nuovi modi di vita”, il che produce anche trasformazioni negli operatori, nei familiari e nei cittadini in generale. Tra i contributi rilevanti di questo capitolo, si distingue anche una riflessione sul concetto di “Diversità Culturale”, che mette in discussione il concetto tradizionale di malattia e malattia mentale e propone il concetto di pazzia come diversità o singolarità, come “decostruzione della psico-normatività”. Riferendosi al progetto “Pazzi per la Diversità”, difendono i progetti culturali “come costruzione di nuove possibilità di espressione e re-significazione della vita”, contribuendo “al consolidamento della Cittadinanza Culturale”. In questa direzione, sottolineano diversi progetti creati nel processo di consolidamento della riforma psichiatrica in Brasile – gruppi teatrali, musicali, sfilate carnevalesche, emittenti radiofoniche, televisive, progetti cinematografici, oltre a esposizioni, recital, pubblicazioni di libri – e sottolineano anche le esperienze artistiche e culturali che hanno preceduto la Riforma, i cosiddetti “punti di riferimento storici”, senza perdere di vista le esperienze internazionali come quelle basagliane. Concludono affermando che la produzione socioculturale produce varie rotture: la rottura con il concetto di malattia mentale, con la nozione di cultura come arte istituzionalizzata e con la nozione di arte come terapeutica. Questa produzione amplia le pratiche in salute mentale, poiché, inventando nuovi modi di vita, produce cittadinanza, partecipazione e autonomia. Si configura, affermano gli autori, come resistenza alle politiche neoliberali e alle regressioni politiche “re-manicomializzanti”.
Il quinto capitolo, ‘Percursos sócio reabilitativos em Bolonha’ (Percorsi socio-riabilitativi a Bologna), di Maria Stella Brandão Goulart, Hernani Luís Chevreux Oliveira Coelho Dias, Áquila Bruno Miranda, Marina Passos Pereira Campos, Bruna Zani e Angelo Fioritti, condivide le informazioni su alcuni dei principali servizi pubblici di salute mentale di Bologna, derivanti da una ricerca realizzata attraverso un accordo di Cooperazione Internazionale tra l’Università Federale di Minas Gerais (UFMG) e l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna, tra gli anni 2011 e 2015. Questa indagine, una ricerca partecipativa, aveva come obiettivo “esplorare i modelli e le caratteristiche della riabilitazione psicosociale, coinvolgendo utenti, familiari, operatori della salute mentale e volontari (quando fossero presenti), nei contesti socioculturali e politici di Minas Gerais e della Regione Emilia-Romagna”. In questo capitolo viene presentata una parte di questa ricerca realizzata nella città di Bologna e si sottolinea che la proposta di Recovery – “termine che accoglie diverse interpretazioni relative alle possibilità di recupero, di miglioramento, di ripresa della propria vita da parte dell’utente, attraverso la promozione dell’empowerment nei percorsi di conquista della qualità di vita” – è realizzata in questa città attraverso un progetto individualizzato, che coinvolge non solo gli utenti, ma anche i familiari e tutta la rete di salute mentale (comprese le cooperative e le associazioni); è, pertanto, una proposta costruita collettivamente. Si fa riferimento in specifico al progetto PRISMA (Promuovere e Realizzare Insieme Salute Mentale), responsabile di coordinare, promuovere, sostenere e monitorare i progetti delle Associazioni di familiari. Con l’obiettivo di chiarire come funziona il processo socioriabilitativo di Bologna, viene presentata una dettagliata descrizione del servizio sanitario della città – l’Azienda Sanitaria Locale di Bologna (AUSL Bologna), evidenziando l’esistenza di una rete territoriale, di una rete ospedaliera e di una rete di cooperazione con il terzo settore. L’attenzione si centra poi sul lavoro nei Centri di Salute Mentale (CSM); nei Centri Diurni (CD) – gestiti da cooperative sociali, presentando i dati ottenuti nel 2013 – dei servizi residenziali; sul reinserimento attraverso il lavoro – il percorso seguito e le modalità; sulle cooperative sociali, scopo e tipologie; e sulle attività trasversali, gruppi di Auto-mutuo-aiuto, Uditori di Voci, Gruppi di Teatro – Teatro Prosa, Teatro Ragazzi e Qui si Recita, e radio degli utenti – Psicoradio. La partecipazione dei familiari e degli utenti e il dialogo, stimolato dal Dipartimento di Salute Mentale (DSM), con gli operatori – che ha portato alla creazione del CUFO (Comitato degli Utenti, Familiari e Operatori) – sono stati responsabili della “creazione del progetto PRISMA, dello sviluppo del sito ‘Sogni e bisogni’ e dell’inaugurazione della Casa delle Associazioni, la ‘Cà Provvidone’ (concessione di uno spazio residenziale del Comune di Bologna dal 2015 a 25 associazioni di familiari e utenti dei servizi di salute mentale) e del progetto UFE – Formazione di familiari e utenti”. Fanno inoltre riferimento a diversi progetti di associazioni di familiari e utenti, approvati nel 2017. Gli autori concludono che il valore della descrizione offerta nel capitolo consiste nel fatto che è uno stimolo per riflettere sulle pratiche nel campo della salute mentale e sulle proposte riabilitative, sottolineando anche lo “sforzo permanente di valutazione” e la responsabilizzazione di tutte le persone coinvolte – operatori, utenti, familiari – nella costruzione di un progetto riabilitativo a Bologna, di fronte alle sfide esistenti.
Nel sesto capitolo, ‘Centros de Convivência: arte, artífices e artefatos’ (Centri di Convivenza: arte, artigiani e artefatti), Maria Stella Brandão Goulart presenta alcune informazioni sulle pratiche di convivenza come strategie di (re)inclusione delle persone con sofferenza psichica nella Rete di Attenzione Psicosociale (RAPS) brasiliana. Parte dal concetto di assistenza psicosociale come una pratica volta alla complessità della vita e non alla sofferenza – “l’affermazione della vita è deistituzionalizzazione”, sottolinea l’autrice. Per riflettere sull’“attenzione alla vita” in contrapposizione all’enfasi sulla diagnosi e sull’esclusione della pazzia, fa riferimento all’opera basagliana e richiama gli slogan del Movimento Antistituzionale italiano come “La libertà è terapeutica” e “La verità è rivoluzionaria”. Ci invita inoltre a riflettere sui termini ‘inclusione’, ‘inserimento’, ‘(re)inclusione’ e fornisce una descrizione accurata sulla pratica realizzata nei Centri di Convivenza di Belo Horizonte, frutto della ricerca condotta sul tema della riabilitazione psicosociale attraverso la convenzione tra l’Università Federale di Minas Gerais e l’Alma Mater Università di Bologna, già menzionata in precedenza. Le riflessioni derivanti da questa ricerca, che ha utilizzato una metodologia qualitativa partecipativa, sono frutto di una “convivenza” con gli utenti e gli operatori – afferma l’autrice – e dell’analisi di questionari rivolti agli operatori e di interviste di storia di vita fatte con gli utenti. Senza perdere di vista quanto previsto nella Politica di Salute Mentale brasiliana, l’autrice descrive i Centri di Convivenza come “spazi culturali, di espressione e creazione” che utilizzano, nei “workshop” realizzati, l’arte come principale mezzo di espressione. Fornisce alcune informazioni rilevanti sui nove Centri studiati – che ci aiutano a caratterizzarli: struttura, ubicazione, ecc. – senza perdere di vista la Politica di Salute Mentale di Minas Gerais. Successivamente, si occupa del pubblico che frequentava i Centri – in generale proveniente da settori a basso reddito della classe lavoratrice, tra le altre caratteristiche – sottolineando il modo in cui avveniva l’inserimento/accoglienza di questo pubblico. Vengono descritte le attività realizzate in questi servizi – arti decorative (plastiche o visive, artigianato); arti dello spettacolo (teatro, musica); letteratura; e pratiche “abilitative” (cura di sé, cucina, educazione fisica, orto…). Alcune di queste attività hanno avuto sviluppi successivi come la creazione di un gruppo teatrale, due gruppi musicali e un gruppo scenico musicale. Vi erano anche attività trasversali, cioè varie iniziative orientate verso lo spazio pubblico della città, come competizioni sportive; alfabetizzazione e formazione per adulti; pubblicazione di libri; interventi artistici; feste; mostre d’arte; bazar; e l’evento realizzato nella Giornata Nazionale della Lotta Anti-manicomiale (18 maggio). Assemblee e riunioni erano spazi di dialogo e riflessione, in collegamento con la Rete di Salute Mentale e le altre politiche settoriali e sociali. Tutto questo produceva relazioni tecniche e interpersonali che si sviluppavano all’interno di questi Centri, definiti come un “sistema aperto”, che coltivava il rispetto e il dialogo. Dall’osservazione partecipante e dai dati emersi dai 41 questionari somministrati agli operatori, emerge il profilo degli operatori dei Centri: come si identificavano, come caratterizzavano il loro lavoro e come definivano gli obiettivi del Centro. L’autrice conclude la sua dettagliata descrizione evidenziando il potenziale di queste pratiche che hanno l’arte come uno dei principali strumenti in un contesto pieno di sfide e possibilità. Ci pone diverse questioni in dialogo con la letteratura pertinente e richiama l’attenzione sulla costruzione di una politica pubblica che contribuisca alla produzione di “un altro luogo sociale” per la pazzia e all’importanza di “riabilitare la città”. Conclude affermando – senza perdere di vista l’“ottimismo della pratica” – che l’arte della convivenza che i Centri studiati producono “porta nel suo cuore il seme della deistituzionalizzazione”.
È importante sottolineare che non possiamo perdere di vista i rischi che si corrono nel fare una recensione, soprattutto per quanto riguarda la difficoltà di rendere giustizia alle preziose riflessioni che l’opera si propone di fare. L’intenzione era, soprattutto, quella di contribuire a socializzare la produzione e suscitare interesse per il tema. Inoltre, va aggiunto che questo volume, pubblicato nell’attuale contesto politico-sociale in cui viviamo – pieno di regressioni sociali e crisi (della democrazia, della scienza, economiche-sociali, sanitarie, ambientali…) risultanti dalle politiche neoliberali e conservatrici – si unisce alle varie iniziative di riflessione sui rilevanti contributi di Franco e Franca Basaglia e, in questo modo, fa sì che non ci dimentichiamo dei contributi teorici e pratici del passato, cioè che non ci dimentichiamo che, senza considerare la relazione dialettica tra passato, presente e futuro, è molto difficile ‘reinventare il mondo’, ovvero produrre emancipazione, autonomia, cittadinanza, salute… e, parafrasando Basaglia, produrre “una società diversa, che continua a criticarsi in una situazione di costante rivoluzione culturale.”
Thelma Maria Grisi Velôso psicologa
Docente del Corso di Postgraduate in Psicologia della Salute
presso l’Università Statale della Paraíba (UEPB) – Brasile.
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Nota:
Il libro è disponibile e scaricabile gratuitamente dal sito dell’editore.
Sarà presentato in Italia a Rimini, il prossimo 5 ottobre, nell’ambito del convegno Utopia della realtà n.1 . La libertà è terapeutica. 100 anni di Franco Basaglia
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