, Presidente della odv La Tartavela di Milano, interviene a commento dell’articolo di sulla di utenti e familiari nei servizi di .

Ho molto apprezzato la relazione di alla 2.a Conferenza Nazionale per la del luglio scorso tanto da contattarlo privatamente per stabilire una possibile collaborazione con l’associazione di familiari che presiedo: La Tartavela ODV di Milano.
In particolare, e sulla base della mia esperienza di familiare e psichiatra e psicoanalista, oltre che per la recente investitura di presidente di un’associazione di familiari, ritengo che Luca abbia espresso, con grande lucidità, una serie di pesanti ipoteche che condizionano l’operato delle associazioni dei familiari.

E’ evidente che in quella che Luca chiama, in altra sede una “monumentalizzazione” di Basaglia, c’è il rischio che la sua opera e i suoi insegnamenti e l’aspetto rivoluzionario che ha rappresentato la legge 180 da lui appoggiata (ma che ha dovuto anche fare i conti con altre componenti politiche dell’epoca per essere promulgata), sia alla base di una tendenza a ritenere il patrimonio costituito dall’opera di Basaglia e dei suoi epigoni intoccabile e immutabile, e che la legge 180 sia considerata “articolo di fede” e parimenti intoccabile, nonostante anche le leggi invecchino e le realtà sociali mutino.
Si dice spesso che è un problema di mancata attuazione dei suoi principi. Ma allora vediamo perché e cosa impedisce di attuarli.

Negrogno giustamente stigmatizza la tendenza attuale assai diffusa di medicalizzare l’organizzazione che si riferisce alla e ne è una prova evidente l’uso (e l’) esteso della terapia farmacologica.
Non è però estranea a questa evoluzione dell’organizzazione dei servizi psichiatrici l’inserimento della 180 nella legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (la L 833 del 1978).

Allora sembrava, ed era effettivamente, una conquista perché si passava da una concezione ottocentesca della come scienza che si occupava della devianza sociale da affrontare con strutture ghettizzanti come gli Ospizi e i manicomi a un concetto di disturbo mentale da “curare” come una “malattia”. Ma questo ha comportato nel tempo la sclerotizzazione attuale dei servizi in un ambito, quello sanitario, che ha privato la della componente interpretativa sociologica e, in parte, psicologica nel determinismo del disturbo mentale.
Certamente a questa deriva medico-biologica ha concorso una certa accademica, gelosa del proprio potere fondato su una ad impronta “organicista” e gli innegabili progressi delle neuroscienze che hanno dato una credibile base organica (neuromediatori) alla interpretazione del disturbo mentale come conseguenza di un’alterazione del biochimismo cerebrale.
La scoperta degli psicofarmaci ha definitivamente sancito (per ora e per la maggioranza degli operatori nel campo della ) l’appartenenza del “paziente psichiatrico”, specie se grave (psicotico) alla ad impronta biologica.

I familiari sono molto spesso confusi e in difficoltà nel percepire correttamente la natura del disagio della persona affetta da disturbo mentale e sono i primi a ritenere, in molti casi, lo psichiatra come un demiurgo che dovrebbe guarire il proprio caro.
Ovviamente questo può portare a una condizione di collusione con una visione fondamentalmente orientata in senso medico biologico e a una insufficiente valutazione delle altre componenti che concorrono al disturbo mentale e alla definizione dello statuto epistemologico della (e del disturbo mentale).
Come accennato da Luca dietro queste strutture organizzative orientate sostanzialmente in senso medico biologico per la cura della cosiddetta “malattia mentale” (che in realtà, molto probabilmente, malattia non è), c’è un problema di potere in capo agli psichiatri che gestiscono i problemi di in regime monopolistico. Difficile che chi ha il potere sia disposto a cederlo.

Devo riconoscere che molti dei problemi delle associazioni dei familiari, eccessivamente frammentate e poco coordinate, nascono anche da una scarsa conoscenza della materia, per sua natura ostica, problematica anche per gli ”addetti ai lavori”, che rende ovviamente il familiare timoroso di esprimere i propri punti di vista e di dialetticamente e alla pari confrontarsi con le equipe curante. Come ben dice Luca su queste basi c’è rischio di una “ripulitura” psichiatrica o di rappresentare, come associazioni, quella che io chiamo una “foglia di fico” per i servizi. Il che giustifica il permanere di una asimmetria nel rapporto con i servizi psichiatrici a scapito di una possibilità di progettazione: la famosa co-progettazione, oggi di gran moda, che però rischia di rimanere solo sulla carta.

Anche molto acute le osservazioni riguardo la possibilità che i nuovi istituti del e della gestione delle risorse rimangano sostanzialmente nelle mani del servizio pubblico con la condivisione solo strumentale, del paziente e del familiare.
Parlando con Luca avevo con lui convenuto che l’intento, apparentemente provocatorio, di gettare un sasso nello stagno, in questo momento era particolarmente opportuno, specie nella realtà Lombarda, a me più vicina.
Pertanto non posso che complimentarmi con lui.


Presidente La Tartavela ODV
Associazione di familiari per la

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