, progettista culturale del Collettivo Amalia, presenta una sintesi della riflessione culturale che il Collettivo sta promuovendo sulla complessa relazione tra corpo sessuato femminile e struttura sociale, soffermandosi sulle implicazioni riconducibili alla situazione attuale di distanza fisica (e sociale) imposta dalla pandemia.

Collettivo Amalia*, il composito, eterogeneo gruppo di lavoro che porta avanti da circa tre anni una riflessione culturale in continuo aggiornamento sulla relazione storicamente complessa tra corpo sessuato femminile e struttura sociale, si muove su un sottile crinale di riflessione teorica, dibattito pubblico e pratica di laboratorio.

Questo nostro essere operative, là dove effettivamente il corpo è di scena, questo nostro portare parole, azioni, storie, sentimenti, bellezza non nella genericità di un pubblico anonimo, ma là dove questo diviene e incrocia saperi, sapienze, ruoli e generazioni e dove si agisce tutto il benessere ed insieme il mal essere di questa società performante e per molti aspetti già enormemente segmentata e frammentata, fino quindi ad arrivare ai luoghi stessi della Salute, ci ha portate spesso a riflettere sulla trasmissione di modelli prescrittivi in senso estetico, comportamentale e cognitivo. Modelli sempre particolarmente indirizzati ad orientare la percezione diffusa della femminilità in direzioni molteplici, tuttavia accomunate dalla implicita volontà di escludere processi di autodeterminazione e consapevolezza.

Quanto le nuove tecnologie della relazione virtuale, in tempo reale, in remoto, possano essere utilizzate per diffondere messaggi o proporre modalità dell’esserci, dello stare, volte al reciproco riconoscimento e all’aiuto o viceversa, improntate alla ciarlataneria commerciale in sostituzione di una pratica di consulenza attiva, al cosiddetto , al razzismo estetico, è tema che attraversa profondamente tutti gli ambiti in cui ci troviamo ad operare e che la pandemia da non ha fatto che mettere al centro del discorso.
Oggi che praticamente tre quarti della nostra vita si svolgono online, certo sì, per costrizione, forse questa potrebbe rivelarsi una straordinaria stagione di ripensamenti anche sugli strumenti terapeutici e le forme di prossimità attiva agibili in caso di emergenza o addirittura una occasione per ridefinire la questione ”emergenza” di per sé.
In particolare, possiamo cominciare a chiederci se i disturbi inerenti la percezione del proprio corpo nel mondo, possono essere riletti e ridefiniti da pratiche virtuali in cui il corpo materiale è assente e possiamo cominciare anche a chiederci se è esistito un particolare tipo di impatto con carico di cura aggiuntivo a sfavore femminile nella situazione di esclusione sociale che abbiamo impropriamente definito quarantena.
Di più in questo caso, potremmo andare a chiederci se le nuove forme di occupazione, consulenza e cura in remoto non siano state per l’ottanta per cento femminili a tutti i livelli, con una sorta di paradossale superamento per totale assorbimento, del tema della conciliazione dei tempi di vita e lavoro: e, per inciso, a quale vita, o meglio a quale mediazione, tra le vite di quali soggetti e la rappresentazione delle stesse, ci stiamo riferendo?
Un po’ come se in definitiva, dire donna o questione di genere, si ponesse come ormai una sorta di contenuto prismatico che di per sé si presta a sorreggere una intera impalcatura sociale nel momento della chiamata allo sforzo massimo della coesione e della resilienza. Resilienza che certo le donne debbono trasmettere ai loro figli, se pensiamo al ruolo avuto dalle figure genitoriali femminili nella relazione con la scuola, le incombenze delle esercitazioni online e quant’altro.

Ed esattamente come su molteplici questioni, la vicenda pandemica, tuttora lungi dall’essere conclusa e soprattutto compresa, ha funzionato da sorta di cartina di tornasole su criticità, aporie, disuguaglianze, dislivelli e fragilità che investono categorie, ceti sociali, generi e generazioni vissuti come problematicità più che come risorse da una società in crisi di progettazione.

La questione di classe risulta ancora una volta innominabile e pure grande scultrice nel modellare anche rispetto ai mezzi di connessione, di studio, di intrattenimento, reazioni e comportamenti nei più giovani, tornati a confrontarsi per la prima volta con l’antico sentimento adolescente della noia. In questo caso vero discrimine sociale tra proletari, ragazzi stranieri per esempio e ragazzi che avremmo definito un tempo ”borghesi”, non più identificabili per tangibili elementi di invidia sociale legati al look, ai beni di consumo, al tipo di vacanze o di sport praticati bensì in questo caso rispetto alla molteplicità, affidabilità adeguatezza dei propri devices con le conseguenti opportunità che ciò comporta compresa una facoltà di condivisione e di mutuo auto aiuto rispetto alle forme di difficoltà e disagio.

In questa Italia impigiamata e spaurita, forse per una volta si è sorvolato sulla impeccabilità degli outfits e si è guardato un po’ meno ai modelli social più glamorous, si sono fatti meno selfies ammiccanti e meno , ma è presto, per rintracciare una autentica e durevole inversione di tendenza, concordano le esperte che abbiamo interrogato e che lavorano – come si sarebbe detto un tempo – dal basso o comunque sui tavoli di terzo settore molto attivi sul territorio. Quantomeno, molto più attivi, nonostante i rischi e le difficoltà, rispetto alla capacità pubblica di far fronte sul piano del contesto all’emergenza sanitaria che è in fondo e si evidenzierà sempre più come evenienza sociale e psichiatrica di impatto epocale.
Con sfumature diverse, figure di professioniste e titolari di diverse competenze con cui il nostro Collettivo si appresta a lavorare, quali Nicoletta Landi, antropologa specializzata in cultura della sessualità, operante presso il mitico Spazio Giovani di via Sant’Isaia e presso un centro di aggregazione giovanile di Quartiere, o Francesca Rossi, psicologa terapeuta nel trattamento dei disturbi alimentari presso il policlinico Sant’Orsola, ma operante anche in struttura comunitaria di ricovery privata, oppure Maruska Albertazzi, ex paziente affetta da disordini alimentari straordinaria catalizzatrice di gruppi che potremmo definire di self help, nati soprattutto come community social già ben prima della pandemia, oppure ancora Anna Russo psicoterapeuta fra gli altri presso Sokos, poliambulatorio di volontari dedicato alle marginalità, tutte rilevano un certo rischio di “imbozzolamento” e regressione nei giovani costretti non semplicemente ad una sorta di reclusione, è bene ricordarlo, quanto piuttosto ad una convivenza intensa e forzata col proprio nucleo familiare, per virtuoso o disfunzionale che sia, cosa che li differenzia dagli , ben noti asserragliati nella cameretta.
Gli spazi, in questo caso sono questione fondamentale per definire lo sconfinamento del sé, questione aggiuntiva a quella dei supporti tecnologici. Con una certa irriverenza Albertazzi mi fa notare come moltissimi adolescenti non solo a causa della quarantena, ma certo del più serrato parental control, ad un certo punto si siano trovati senza alcool e senza droghe, per quanto leggere, come strumento di controllo sulle emozioni.

Ma naturalmente di questo aspetto, se non riferendosi genericamente ad un mondo di dipendenze conclamate, non ci si è fatti carico nel discorso pubblico, così come della gestione altrettanto delicata della sessualità: nessuna linea guida è stata lanciata e si è toccato il fondo con la questione dei congiunti, un modo per escludere i più giovani in modo molto miope da tutta la questione erotico affettiva che nel loro caso è una dimensione legata al rapporto coi pari.
Non è a questo punto casuale che anche interrogati in merito, ragazze e ragazzi, individualmente presi, dall’interno delle loro famiglie d’origine, si rivelino intimiditi e facciano fatica a rispondere a domande precise o ad articolare pensieri critici ben definiti, cosa ben verificata dal nostro stesso Collettivo alla prova di una prossima realizzazione di video clips tematici alcuni dei quali formulati come interviste.
Infatti, chiosa Landi, “solitamente i miei interventi di educazione ai sentimenti e alla sessualità per i giovanissimi avvengono in dimensione collettiva e soprattutto in presenza”. Molto presto ancora per capire quali le conseguenze di lungo periodo di questa esperienza anomala che da un lato ha concesso a tutti di guardarsi dentro in profondità, molto meno distratti dalle varie sirene di omologazione sociale, ma dall’altro tutto questo è avvenuto in una condizione di smarrimento e angoscia di specie.
Certamente la video chat è un modo molto diverso di condurre le sedute, ma offre tante diverse opportunità a seconda delle soggettività che si hanno davanti e alla fine non si è rivelata puramente palliativa.
Tutte le addette ai lavori succitate hanno sottolineato, che pur con molti limiti oggettivi, una sorta di percorso di auto aiuto si è comunque attivato tramite Instagram per esempio, non già per fare come di solito accade, foto magari accattivanti capaci di generare invidia sociale, quanto per creare communities di supporto sempre caldeggiate dai terapeuti o coach: spesso, persone semplicemente più avanti nel percorso di uscita dal disagio e dal disturbo, che devono essere però necessariamente seguite a loro volta, per evitare eventuali derive potenzialmente rischiose.

Alla fine, rispetto a certe tipologie di pazienti, magari più introverse, la consulenza online può addirittura aver rappresentato un vantaggio, tanto che alcune hanno preferito proprio cancellare l’aspetto visivo della e sono riuscite a rivelarsi molto di più. Rimane certo carente tutto l’aspetto dell’aggancio visivo e della prossemica che può essere rivelatoria della qualità relazionale, e certamente una ulteriore parte di lavoro sul corpo è in molti casi da mettere in preventivo.
Tuttavia bisogna ammettere che tutti così sono stati raggiunti, anche i casi più gravi: lì dove l’Istituzione pubblica che ha chiuso gli ambulatori e i centri di prenotazione è riuscita a fare questa operazione di consulenza in remoto, si è visto che il bilancio è stato positivo e le pazienti si son sentite rassicurate. Una esperienza dunque da tenere a mente.
Finora, come Albertazzi mi conferma, anche il rapporto che esiste fra personale sanitario e i gruppi delle sue, tra virgolette, ragazze localizzate ormai a livello nazionale è di tipo volontaristico oppure efficace ma sporadico soltanto con certe cliniche particolari, mentre anche per una questione di equità il sistema sanitario nazionale dovrebbe farsi carico di avere équipes composite per curare disturbi complessi.
Creare reti, fra pubblico e privato, sarebbe la soluzione, ma finora non si è riusciti neppure a creare reti efficaci tra le più diverse associazioni che si occupano delle disfunzionalità familiari e di genere, e i motivi sono tanti compresa a volte, l’incapacità o la non volontà di stare anche sui social nella maniera giusta per entrare in sintonia con il mondo di una gioventù che, non ha dubbi Albertazzi, se oggi è in difficoltà ha tuttavia dentro di sé le risorse, specie al femminile, per salvare il mondo.

Oggi, conclude Russo, questi interventi da remoto possiamo chiamarli consulenze, ma non mancano gli studi più analitici che rivendicano la possibilità di inscriverli dentro la logica del setting seppure rivisitata, dove a contare saranno elementi spazio temporali e di sceneggiatura, si può dire della seduta, in cui maggiori responsabilità vengono consegnate al paziente, con esiti spesso molto interessanti e dove conteranno proprio gli elementi di discontinuità di data, orario, collegamento, a stabilire nuovi paradigmi tutti da sperimentare.
Sembra di intuire che in qualche modo, nonostante si debba tutto ancora comprendere e sia da misurarsi poi sul terreno di un lungo percorso accidentato e molto critico a livello socioeconomico, si possa tirare un sospiro di sollievo sulla capacità appunto di creare forme di resilienza terapeutica anche innovativa a partire dagli strumenti che si hanno, a patto di ragionare sui limiti stessi della situazione e di sapersene servire in piena laicità.
Resterà tutto da vedere e da giocare sulla capacità del sistema di definire una medicina di contesto e di prossimità (vedasi a questo proposito il prezioso intervento di in questo blog) che sappia prevenire e soprattutto contenere gli effetti di lungo periodo sul corpo vivo di una società già mediamente molto nevrotizzata e che avrebbe bisogno di accettarsi di più nelle sue debolezze e di farsi carico di disparità, differenze, diversità, affinché non diventino né marginalità né difformità da riassorbire, ma terreni su cui investire per rinnovarsi.

 


Progettista culturale per Collettivo Amalia e Rete degli Archivi del Presente.

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* Il Collettivo Amalia nasce circa tre anni fa come insieme aperto di professioniste che abbiano a cuore una progettazione culturale che faccia perno sulla storia della determinazione sociale del corpo femminile. Al nostro interno abbiamo competenze storiche, giornalistiche, amministrative, sociosanitarie e teatrali, per dare sviluppo concreto con azioni rivolte alla cittadinanza e ai professionisti della Salute. Lavoriamo con finanziamenti provenienti prevalentemente da bandi pubblici. Attualmente siamo impegnate con una nuova programmazione che si estenderà per forza di cose dal 2020 al 2021.

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