, ordinario di all’Università di Catania, a commento del contributo di  su questo blog, analizza gli effetti della istituzionalizzazione nelle e discute le condizioni per prevenirla.

L’articolo di avanza ipotesi sulla mortalità all’interno delle Residenze Sanitarie Assistite per e propone l’assimilazione degli ricoverati con i disabili, chiedendo di conseguenza l’applicazione delle norme ad essi pertinenti.

Non entro nel merito di queste ipotesi, ma concordo sulla maggiore incidenza dei rischi (sanitari e psico-sociali) della istituzionalizzazione sulle fasce deboli della popolazione che – siano o meno da considerare ‘disabili’ – sono certamente più vulnerabili di altre dotate di maggiori risorse di resistenza e resilienza.

A tal fine mi sembra interessante riprendere alcune considerazioni esposte nell’articolo, tra cui quella in cui si chiede se “vi sia la possibilità di essere vecchi senza che questo debba significare inesorabilmente stare in un letto collocato in una istituzione speciale”. E per arrivare ad un tentativo di rispondere a questa domanda, parto proprio dalla conclusione di Saraceno secondo cui c’è ancora bisogno di “ritrovare il senso e il potere innovativo tecnico e morale insito nella «vecchia» nozione di ”.

La Residenza Assistita tende, per sua natura, a somigliare ad una “ ovvero una di quelle organizzazioni che, secondo Goffman[1], hanno la caratteristica di appropriarsi, in modo globale, del tempo e degli interessi di coloro che vi si trovino a vivere e di offrire loro, in cambio, un tipo particolare di sociale e di soddisfazione dei bisogni.

Questo carattere totalizzante è indotto soprattutto dalla scomparsa della separazione abitualmente esistente tra le diverse sfere di vita della vita quotidiana: lavorare (a casa o fuori), instaurare e mantenere relazioni esterne, svagarsi, dormire. Tutto si svolge sotto lo stesso tetto e sempre con le stesse persone, altri ospiti o operatori che siano. Con il “diritto alla visita” dei parenti, peraltro spesso limitato e persino impedito in situazioni di emergenza come quello attuale.

L’aspetto comune a queste istituzioni – pur con le ovvie differenze fra una e un carcere o un ricovero psichiatrico o una caserma – è “manipolare molti bisogni umani per mezzo dell’organizzazione burocratica di intere masse di persone”. La manipolazione si concretizza nell’obbligare tutti a fare le stesse cose nel medesimo luogo, secondo ritmi prestabiliti e sotto la sorveglianza di addetti, al fine di garantire che venga perseguito il piano razionalmente designato per adempiere allo scopo ufficiale dell’istituzione.

Entrando in residenza, l’anziano è costretto ad alcuni cambiamenti radicali nella propria esistenza consistenti nel progressivo mutare della percezione soggettiva di sé, dell’immagine di sé e del giudizio degli altri che gli sono vicini. Gli ospiti dell’istituzione sono indotti a modificare la loro identità pregressa. Secondo Goffmann, “spogliati dai propri ruoli sociali, dalle proprie abitudini e dai tipici modi di interagire con gli altri; sottoposti ad una contaminazione continua della propria sfera privata; rotta la relazione significativa con i propri atti e gesti; predefiniti i tempi e le modalità di soddisfazione dei bisogni individuali; al fine di poter resistere al processo di destrutturazione del Sé, i ricoverati non possono che adattarsi al sistema di vita dell’istituto e riconoscersi nelle definizioni altrui”. Così acquisiranno una serie di “adattamenti secondari”, per mezzo dei quali tenteranno di procurarsi quei sostegni e quelle gratificazioni che possano consentire di pensare di essere ancora padroni della propria vita, capaci cioè di comportamenti autonomi. Prove di autonomia che però vengono spesso frustrate dalla organizzazione, e questo per condizione strutturale, al di là della buona volontà di chi gestisce la contingenza del ‘ricovero’. Ci possono essere situazioni estreme in cui la istituzione si comporta come un lager e trascura le minime garanzie di sicurezza anche fisica; e queste sono ‘devianze’, certamente da reprimere, che però non alterano la sostanza delle condizioni strutturalmente predeterminate.

In realtà la struttura organizzativa di una istituzione totalizzante rispecchia – per necessità intrinseca – una dinamica psicologica e sociale che è quella definita, oltre mezzo secolo fa, “costruzione sociale della realtà” nell’omonimo saggio di Berger e Luckmann[2]. Concetti ripresi anche nella sociale italiana che le ha applicate a diverse situazioni di istituzionalizzazione[3]. Secondo questa analisi, ‘istituzionalizzati’ sono i rapporti umani – a prescindere dal contesto o dalla struttura in cui vengono realizzati – caratterizzati da una forte stereotipia dei ruoli e della percezione di ruolo, in cui i significati possibili di un “incontro” tra persone sono rigidamente predefiniti, insieme agli spazi e ai tempi i cui essi si verificano. Logico che le strutture totalizzanti per loro natura siano un luogo ‘concentrato’ di rapporti istituzionalizzati, e costruiscano una realtà come quella descritta da Goffman, a prescindere spesso dalla volontà stessa degli operatori che vi lavorano.

Quindi – oltre a evitare doverosamente e decisamente le ‘patologie’ delle strutture di ricovero – la soluzione più generale sta a monte, e può essere declinata solo in termini preventivi: va ridotta al minimo indispensabile la necessità di ricorrere ad esse.

Torniamo così alla domanda di Saraceno: esiste la possibilità di invecchiare senza necessariamente essere collocati in una istituzione speciale/totale?
Certamente esiste. Ma a condizione di prevenire (o ridurne intensità e pervasività delle conseguenze), per quanto possibile, le due condizioni che conducono al bisogno di istituzionalizzazione.

La prima condizione su cui si può lavorare a scopo preventivo è quella debilitazione delle funzioni cognitive e di relazione sociale che caratterizza il declino mentale cui di recente è stato attribuito il nome di “Mild Cognitive Impairment[4]. Sindrome diversa dalla demenza – anche se in molti casi ne è precursore – subentra già in età presenile ed è compatibile con un adattamento sociale non gravemente alterato, spesso col lavoro in casa o fuori, finché il suo peggioramento non consiglia il ricovero in una situazione protetta, anche nei casi in cui non arriva ad una demenza vera e propria. Una diagnosi precoce dei primi sintomi (perdita di memoria specie nelle modalità visuo-spaziali, concomitante stato depressivo, oltre a precisi markers psicobiologici) consente di intervenire in tempo per conservare, ove possibile, una qualità di vita adeguata, senza alterazioni consistenti dello stile comportamentale e relazionale e delle condizioni esistenziali dell’anziano.

L’altra condizione su cui si può intervenire a fini preventivi è la assistenza familiare e sociale. Dipende dalla resistenza fisica, economica, psicologica del ‘’ (cioè di chi si prende cura dell’anziano, specie se con i problemi prima descritti) se la persona può essere mantenuta nel proprio contesto vitale, o viene ricoverata in alternativa ad una oggettiva o presunta impossibilità di continuare a prendersene cura a casa.

Lavorare su questi aspetti preventivi, impegnando risorse finanziarie ed umane per una adeguata e capillare assistenza psicologica e sociale eviterebbe che il disagio psico-fisico e sociale dell’anziano produca ciò che si può poi definire ‘disagio’ o ‘’. E ridurrebbe il bisogno di ricovero in strutture che tendono – quasi inevitabilmente per i motivi sopra accennati – a trasformarsi in istituzioni totali, con le conseguenze cui assistiamo nei momenti di crisi sanitaria e sociale come quella che stiamo attraversando.

 


Ordinario di , Università di Catania
Presidente Associazione Italiana di

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[1] Goffman E., Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, tr. it. Einaudi, Torino 1968. Le citazioni seguenti sono tratte da questo testo (pagine 82, 212, 219)

[2] Berger P.L., Luckmann T. La costruzione sociale della realtà. Tr. it. Il Mulino, Bologna 1969 (ed. or. 1966)

[3] Carugati F., Casadio G., Lenzi M., Palmonari A., Ricci Bitti P.E. Gli orfani dell’assistenza, Il Mulino, Bologna 1973.

[4] Su questi temi esiste una ampia letteratura scientifica. Una sintesi fu presentata quasi un decennio fa nel capitolo “Le demenze e i precursori: il “Mild Cognitive Impairment” nel volume Deterioramento cognitivo: forme, diagnosi e intervento, a cura di S. Di Nuovo e R. Vianello, F. Angeli, Milano 2013, pp. 64-77.

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