Mi piacevano tanto le macchine. Quando il mio papà andava per lavoro col suo furgone facevo di tutto per accompagnarlo.
Ma quella sera del 21 aprile 1999 l’amore per le automobili mi fu fatale.
Poco più di settimana dopo avrei compiuto dodici anni. Quel compleanno non l’ho mai festeggiato.
La mamma e il papà non volevano che accompagnassi mio padre che, facendo il macellaio, doveva aiutare a tagliare il maiale in una cena in campagna, qui in Sicilia, non lontano da casa. Non volevano perché avevano paura mi sporcassi.
Fui irremovibile: mi sedetti sul furgone e nessuno riuscì a farmi cambiare idea.
Durante la serata sentii un signore dire che avrebbe fatto un salto in paese per comprare le sigarette e dell’altro pane. Si diresse verso la macchina che guidava per conto del suo capo: sgranai gli occhi, era una smagliante land rover che solo nei miei sogni avevo visto!
Col cuore che batteva per la speranza di poter finalmente salire su un’automobile così bella, gli chiesi se potevo andare con lui…
Partimmo: un rombo meraviglioso per le mie orecchie appassionate.
Quel che seguì diventò uno dei tanti articoli di cronaca nera: agguato di , ucciso un bambino, Stefano Pompeo, nelle campagne agrigentine.
Non sapevo che quella macchina meravigliosa fosse di un boss locale. Non sapevo che il boss fosse basso più o meno come me. Mi scambiarono per lui.
Al funerale molti politici avevano paura di venire: chissà, forse qualcuno s’immaginava che in qualche modo anche la mia famiglia avesse a che fare con la ? Mamma e papà non potevano credere che qualcuno mi avesse sparato. Onesto lavoratore, il mio papà pensava ad un incidente.
E invece un agguato. Cinico, inatteso, in quel Suv che tanto avevo ammirato e che invece mi tolse ai miei futuri compleanni.
Non ero importante per l’opinione pubblica. La mia famiglia era modesta. Nessuno approfondì l’indagine sul mio agguato. Per tanti anni non se ne seppe più nulla e forse neppure hanno pensato di chiederne notizia ai tanti pentiti collaboratori di giustizia che per fortuna un giorno si erano decisi a parlare dei delitti di .
Oggi, un giornalista, agrigentino pure lui, mi ha finalmente dedicato un film: ecco, così posso parlarvi di nuovo, potete vedere le mie foto e i filmini di famiglia. Qualche magistrato è tornato ad indagare: ci sono ora, a vent’anni di distanza, tre indagati. Vedremo.
Intanto, la mia storia serve a ricordare che poveri o ricchi, famosi o sconosciuti, tutti meritiamo attenzione.

La storia di Stefano Pompeo è stata liberamente ricostruita da , basandosi sul docufilm Quasi 12. Nessun colpevole, di Gero Tedesco, 2019

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