All’inizio degli anni 2000, dalle riflessioni fatte con alcune colleghe del Servizio Sociale del Comune di Cesena, scaturì l’idea di proporre un percorso formativo per discutere le ripercussioni che le notizie pubblicate sui quotidiani avevano, già allora, sulla serenità necessaria agli operatori per svolgere il proprio lavoro, soprattutto nell’area della tutela . Al termine del percorso organizzammo anche un convegno, dal titolo Quando il fatto diventa notizia; ripensandoci, avevamo certo colto l’aspetto premonitore del tema, ma nessuno di noi avrebbe potuto immaginare il presente.
Ci sono notizie che attraversano gli uffici delle procure e dei , per essere poi trasformate in azioni esplicite nei tinelli delle abitazioni in cui vivono faticosamente che non trovano in famiglia l’adeguato sostegno per crescere; può essere una situazione transitoria, oppure una storia che è arrivata al capolinea, ma l’atto che non viene mai agito a cuor leggero è l’allontanamento del minore a seguito di un decreto del giudice. Anni fa, quando soprattutto la stampa locale veniva a conoscenza del fatto, ritenendolo notiziabile, lo trasformava in un articolo con riferimenti più o meno allarmanti o pieni di pregiudizi a favore o contro qualcuno; è di quegli anni l’abitudine di utilizzare il titolo di un film di , Il ladro di bambini (1992) come metafora per riferirsi al lavoro delle assistenti sociali. Anni fa, nessuno di noi avrebbe potuto nemmeno immaginare che un allontanamento disposto da un giudice fosse ripreso con i cellulari dai parenti e poi fatto rimbalzare immediatamente sui social, in altri termini che un fatto diventasse notizia in tempo reale.

Non spetta a me, che di mestiere sono una psicologa, chiamare in causa la libertà d’informazione e l’abilità giornalistica di costruire narrazioni più o meno vicine ai fatti, così come non riconosco a me stessa le competenze necessarie per discutere le pratiche professionali dei ; spetta invece anche a me richiamare l’attenzione di tutti su ciò che si definisce il principio del migliore interesse del minore (Convenzione , 1989). Intervenire con una decisione nella traiettoria di vita di un minore non è un intervento scevro da rischi e la valutazione di questi rischi potenziali si accompagna alla valutazione degli altrettanto potenziali benefici, ma la certezza non esiste, in un senso e nell’altro.

In termini di sviluppo, interrompere con un provvedimento una traiettoria di vita non è, di per sé, un elemento di rischio, ma tutto dipende dal significato condiviso con il minore delle ragioni di quella scelta, di come non esistano, al momento, soluzioni alternative, di quanto il provvedimento che lo riguarda sia parte di un’azione più articolata e sistemica, con l’obiettivo di poter ricostruire una vita quotidiana per tutti i membri della famiglia. Ovviamente molto dipende dall’età del minore, dalle ragioni familiari che hanno portato al provvedimento, dalla sensibilità degli operatori e dalla discrezionalità dei giudici, un insieme di fattori che definiscono il caso di ogni minore come unico ed irripetibile.
La recente normativa sulla valutazione d’impatto nell’ambito del terzo settore, ci spinge a riflettere su come sarebbe di fondamentale importanza destinare risorse per descrivere l’esito, nel tempo, degli interventi adottati con i , per migliorare la consapevolezza degli operatori coinvolti rispetto alle scelte effettuate, per immaginare strategie di gestione dei casi alternative a quelle attualmente disponibili, per continuare a realizzare nel modo migliore l’interesse del minore.
Conoscere quali interventi siano stati parte della traiettoria di vita di un minore ormai adulto e riflettere con una prospettiva che vada oltre le competenze dei servizi, potrebbe aprire un dibattito costruttivo su ciò che, con un po’ di autoreferenzialità, viene definito buone pratiche, che si possono definire tali non solo perché frutto di studio e ricerca e per questo entrate a parte del sapere professionale degli operatori, ma soprattutto perché hanno favorito e sostenuto percorso di sviluppo nel quale le difficoltà sono state di volta in volta contenute, ridotte e superate.

Quanti di questi minori sono riusciti a costruire una situazione di benessere nella loro vita adulta? Quanti hanno continuato a frequentare i servizi per una situazione cronica di fragilità sociale? Quanti hanno ingrossato le file dei SERT o dei centri di Una valutazione d’impatto sull’utenza dei servizi minori, condotta sistematicamente sugli esiti di quanto è stato proposto e deciso dagli adulti, potrebbe essere una risorsa importante per aumentare la riflessività delle figure professionali coinvolte.

Resta il tema da cui siamo partiti: il fatto che diventa notizia. Sempre di più i minori devono essere protetti dal temporale mediatico che si forma attorno a loro quando non è l’operatore ad essere infedele, ma sono infedeli gli interessi degli adulti, che prendono il sopravvento sull’interesse del minore e la capacità di generare notizie diventa strumento per una battaglia adulta. Prendiamo in prestito il titolo dell’ultimo lavoro di , per usarlo come ulteriore metafora: la vita bugiarda degli adulti è quella in cui i minori diventano rumorose notizie, in famiglia, a scuola, nella comunità di cui sono parte.

A volte l’obbligo del silenzio sarebbe una pratica virtuosa, anche se di solo buon senso.

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